Grandi aspettative, qualche delusione

Locale: Da Niccolò
Tipologia: Ristorante
Località: Pistoia
Valutazione: Una Forchetta (su cinque)

Devo doverosamente premettere che sono andato in questo locale in occasione di una cena molto particolare (austroungarica, prima di una serie di cene tematiche) con alcuni amici. Per completare il giudizio mi prometto di ritornarci in una sera ordinaria, senza – possiamo dire – l’agitazione della premiere.
Il menù proposto prevedeva anche alternative per vegetariani, segno di una attenzione ai differenti stili di vita che non posso che elogiare e considerare nel mio giudizio finale. Dei piatti in sé parleremo dopo ma la nota veramente più negativa della serata è stata il servizio. Ci siamo messi a tavola alle otto e mezza in punto e non siamo potuti andar via di venti a mezzanotte con mostruosi ritardi tra una portata e l’altra e pure con un cameriere che ci riempiva il bicchiere ogni volta fosse vuoto (anche non richiesto) ma poi coordinava la sala permettendo alle cameriere di portare un piatto alla volta (in presenza di tavolate di decine di persone) e con nessun senso della disposizione dei tavoli (peraltro maldisposti e apparecchiati sommariamente). I piatti, devo ammettere, erano gustosi anche se presentati senza particolare cura, ma devo dire che dopo un antipasto tirolese non male e una zuppa di brodo di carne con gnocchetti di semola passabile, il gulasch era veramente squisito e lo strudel non male. Il problema che ho subito visto era costituito dal fatto che il pane era poco abbondante e tutto nero speziato (che forse sarà utile alla corretta esegesi culturale ma certo non è molto pratico per il pubblico italiano) e le porzioni non molto abbondanti oltre che presentate a tale distanza temporale tra l’una e l’altra da poter essere digerite abbondantemente nel frattempo. Non male la selezioni di vini anche se la maggior parte trentini e non tirolesi come il menù diceva. Quando mi sono alzato da tavola con i miei commensali la comune sensazione era di fame. E sicuramente non è una sensazione che si vorrebbe provare dopo essere stati al ristorante. In compenso bisogna dire che per questo menù fisso abbiamo speso 20 euro a testa, una cifra non piccolissima ma, coi tempi che corrono, nemmeno esagerata. Peccato, la serata prometteva molto di più, ma considerato almeno il Gulasch e l’attenzione ai vegetariani diciamo che una forchetta posso anche dargliela. Rivedibile un’altra volta, in altre circostanze.

Andrea Panerini

“Ora tu lasci andare il tuo servo”

Predicazione tenuta il 28 dicembre 2008 nella Chiesa metodista di Firenze

Vi era in Gerusalemme un uomo di nome Simeone; quest’uomo era giusto e timorato di Dio, e aspettava la consolazione d’Israele; lo Spirito Santo era sopra di lui; e gli era stato rivelato dallo Spirito Santo che non sarebbe morto prima di aver visto il Cristo del Signore. Egli, mosso dallo Spirito andò nel tempio; e, come i genitori vi portano il bambino Gesù per adempiere a suo riguardo le prescrizioni della legge, lo prese in braccio, e benedisse Dio, dicendo: “Ora, o mio Signore, tu lasci andare in pace il tuo servo, secondo la tua parola; perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, che hai preparata dinanzi a tutti i popoli, per essere luce da illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele”.
Il padre e la madre di Gesù restavano meravigliati delle cose che si dicevano di lui. E Simone li benedisse, dicendo a Maria, madre di lui: “Ecco egli è posto a caduta e a rialzamento di molti in Israele, come segno di contraddizione (e a te stessa una spada trafiggerà l’anima), affinché i pensieri di molti cuori siano svelati”.
Vi era anche Anna, profetessa, figlia di Fanuel, della tribù di Aser. Era molto avanti negli anni: dopo essere vissuta con il marito sette anni dalla sua verginità, era rimasta vedova e aveva raggiunto gli ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio e serviva Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quella stessa ora, anche lei lodava Dio e parlava del bambino a tutti quelli che aspettavano la redenzione di Gerusalemme.

Luca 2,25-38

Cari fratelli e care sorelle,
il brano di questa Domenica fa parte del cosiddetto Vangelo dell’Infanzia di Gesù Cristo. Non tutti i quattro Vangeli canonici, infatti, parlano dell’infanzia di Gesù. Marco e Giovanni, infatti, cominciano la loro narrazione a partire da Giovanni il Battista e dal battesimo del Signore. Il Vangelo di Luca, invece, è nei fatti l’unico (se si escludono i testi apocrifi) che si sofferma diffusamente sul concepimento, sulla nascita e sulla nascita di Cristo mentre Matteo è più sommario e semmai aggiunge l’episodio dei Magi, i sacerdoti orientali che vengono per adorare e portare doni al Messia. Luca è anche l’unico Vangelo canonico che parla approfonditamente della figura materna di Maria, ed è nel primo capitolo che trova spazio il Magnificat, una delle più belle preghiere indirizzate al Signore che uomo o donna abbia mai pronunciato o scritto. Una figura intensa, quella di Maria, una credente umile che offre tutta se stessa al Signore e assolutamente priva di quel contorno d’idolatria che alcuni cristiani le attribuiscono inconsapevolmente (o meno).

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“Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”

Predicazione tenuta il 7 dicembre 2008 nella chiesa metodista di Firenze

“Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle; sulla terra, angoscia delle nazioni, spaventate dal rimbombo del mare e delle onde,; gli uomini verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo; poiché le potenze dei cieli verranno scrollate. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nuvole con potenza e gloria e gloria grande. Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina.”
Disse loro una parabola: “Guardate il fico e tutti gli alberi; quando cominciano a germogliare, voi, guardando, riconoscete da voi stessi che l’estate è ormai vicina. Così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. In verità vi dico che questa stirpe non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.”


Luca 21,25-33

Cari fratelli e care sorelle,
il testo della predicazione di questa domenica è molto complesso ma si può anche dire appartenga in gran parte a un genere molto particolare, l’escatologia, il logos, il discorso sulle cose ultime. Ma prima vediamo a che punto della narrazione evangelica – nel racconto di Luca – siamo arrivati. Gesù ha già svolto il suo percorso in Galilea e in Giudea, ha già mostrato numerosi segni prodigiosi agli increduli e ai propri apostoli. Nel capitolo 19 fa il suo ingresso trionfante in Gerusalemme, questo discorso escatologico di Gesù si colloca quindi subito prima il racconto dell’istituzione della Santa Cena, del suo tradimento e morte. Non è una collocazione casuale ma è densa di significato. Siamo nel cuore degli ultimi avvenimenti prima della sua morte e resurrezione. Egli lascia ai propri apostoli un racconto dei segni che prepareranno il ritorno del Figlio dell’Uomo.   

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La forza di ribellarci per rispettare il patto del Signore

Predicazione tenuta il 28 settembre 2008 nella Chiesa metodista di Firenze

Mosè, dunque, tagliò due tavole di pietra come le prime; si alzò la mattina di buon’ora, salì sul monte Sinai come il SIGNORE gli aveva comandato, e prese in mano le due tavole di pietra. Il SIGNORE discese nella nuvola, si fermò con lui e proclamò il nome del SIGNORE. Il SIGNORE passò avanti a lui, e gridò: “Il SIGNORE! Il SIGNORE! Il Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco in bontà e fedeltà, che conserva la sua bontà fino alla millesima generazione, che perdona l’iniquità, la trasgressione e il peccato ma non terrà il colpevole per innocente; che punisce l’iniquità dei padri sopra i figli e sopra i figli dei figli, fino alla terza e alla quarta generazione!” Mosè subito s’inchinò fino a terra e adorò. Poi disse: “Ti prego, Signore, se ho trovato grazia agli occhi tuoi, venga il Signore in mezzo a noi, perché questo è un popolo dal collo duro; perdona la nostra iniquità, il nostro peccato e prendici come tua eredità”. Il SIGNORE rispose: “Ecco, io faccio un patto: farò davanti a tutto il tuo popolo meraviglie, quali non sono mai state fatte su tutta la terra né in alcuna nazione; tutto il popolo in mezzo al quale ti trovi vedrà l’opera del SIGNORE, perché tremendo è quello che io sto per fare per mezzo di te.

Esodo 34,4-10

Cari fratelli e sorelle,

il testo proposto questa domenica dal lezionario “Un giorno, una parola” è centrale in tutto il logos teologico del libro dell’Esodo. Vediamo a che punto della narrazione si colloca: il popolo di Israele, uscito dall’Egitto, è fermo nel deserto del Sinai. Qui, impaziente e spossato dai numerosi triboli che deve affrontare, commette la più grave infedeltà nei confronti del Signore: costruisce un vitello d’oro e lo erige a propria divinità. E’ la violazione del primo comandamento, un abominio che il Signore potrebbe punire con la cancellazione del suo popolo, e, almeno in un primo momento, minaccia di dare esecuzione alla sua giusta sentenza. L’intercessione di Mosè, l’unico che gli sia rimasto sempre fedele, un giusto, è fondamentale nel perdono che il Signore concede al suo popolo, un popolo dal “collo duro”. La posizione privilegiata di Mosè viene definitivamente confermata da una teofania, da una apparizione dell’Eterno, seppur indiretta poiché Dio avverte Mosè che nessun uomo può guardarlo e rimanere in vita e lo ripara paternamente con la mano dal pericolo di vedere ciò che non è lecito. Un parallelo evidente con Noè, dietro al quale Dio chiuse l’arca con la propria mano (Gen. 7,16). Poi Dio passa davanti a lui gridando a lui il proprio nome. Risuonano le parole del Decalogo (Es. 20,5 ss.) ma qui la pienezza delle qualità di Dio viene sviluppata in maniera più ampia, e la sua bontà e fedeltà sono poste al principio. Possiamo anche collegare questa professione del Signore allo Shemà Israel, Ascolta Israele (Deut. 6,4), una riaffermazione di essere l’unico Dio. Il patto, pur nella professione di bontà e perdono, resta violato e Mosè prega Dio di estendere al suo popolo la grazia che gli ha concesso individualmente, addossandosi colpe non sue (“la nostra iniquità, il nostro peccato”) e di riprenderlo nella sua santa eredità. Dio rinnova il proprio patto con Israele, un popolo dalla “dura cervice”. Fondamentale per questo patto è, quindi, il perdono divino. Ancora una volta, come bene ha sottolineato Rolf Rendtorff nella sua “Teologia dell’Antico Testamento”, è evidente il parallelo con Noè: “i pensieri e i disegni del cuore umano” restano cattivi (Gen. 8,21). Ora Israele rimane il popolo dal “collo duro” ma la clemenza di Dio oltrepassa questi limiti, portandolo nuovamente a concludere con esso un patto. La validità di questo patto del Sinai, come per il primo, non dipende dalla condotta degli esseri umani: Dio lo ha ripristinato, nonostante conosca l’inclinazione degli uomini al peccato. Questo testo ha un significato centrale in tutto l’Antico Testamento, il quale è pervaso da una questione di fondo: come si comporta Dio se il suo popolo trasgredisce la sua Legge? Dio punisce Israele in vari modi ma mai rinnega il suo patto. Il patto è stretto da Dio nei confronti di Israele, il popolo lo infrange e Dio lo rinnova: il che significa che l’uomo non è mai in grado, in nessun caso, di tenere fede al patto con le proprie forze. Dio però è, innanzitutto il Dio fedele che osserva il suo patto per amore del Suo santo Nome.

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“Fatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo”

Predicazione tenuta l’8 giugno 2008 nella Chiesa metodista di Firenze

La parola del Signore mi fu rivolta in questi termini: «Perché dite nel paese d’Israele questo proverbio: “I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati?” Com’è vero che io vivo, dice Dio, il Signore, non avrete più occasione di dire questo proverbio in Israele. Ecco, tutte le vite sono mie; è mia la vita tanto del padre quanto quella del figlio; chi pecca morirà. (…)
Se l’empio si allontana da tutti i peccati che commetteva, se osserva tutte le mie leggi e pratica l’equità e la giustizia, egli certamente vivrà, non morirà. Nessuna delle trasgressioni che ha commesse sarà più ricordata contro di lui; per la giustizia che pratica; egli vivrà. Io provo forse piacere se l’empio muore? dice Dio, il Signore. Non ne provo piuttosto quando egli si converte dalle sue vie e vive? Se il giusto si allontana dalla sua giustizia e commette l’iniquità e imita tutte le abominazioni che l’empio fa, vivrà egli? Nessuno dei suoi atti di giustizia sarà ricordato perché si è abbandonato all’iniquità e al peccato; per tutto questo morirà. (…)
Perciò, io vi giudicherò ciascuno secondo le sue vie, casa d’Israele, dice Dio, il Signore. Tornate, convertitevi da tutte le vostre trasgressioni per le quali avete peccato; fatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo; perché dovreste morire, casa d’Israele? Io infatti non provo nessun piacere per la morte di colui che muore, dice Dio, il Signore. Convertitevi dunque, e vivrete!»

Ezechiele 18,1-4.21-24.30-32

Cari fratelli e care sorelle,
il testo che oggi ci suggerisce il lezionario “Un giorno, una parola” è suggestivo e impegnativo al tempo stesso, soprattutto per la sensibilità di noi moderni. Si parla della salvezza dell’uomo, che è chiamato a un processo di purificazione, alla giustizia di Dio verso le sue creature e all’equità tra uomo e uomo, donna e donna.
Israele è deportato in Babilonia, sembra che il Signore l’abbia abbandonato. Gli stessi ebrei pensano, per autoassolversi, che questo castigo sia dovuto alle colpe dei padri e il profeta rigetta questa interpretazione di comodo. Le colpe sono individuali, chi è giusto agli occhi di Dio si salverà, mentre chi è iniquo perirà in eterno. Una lama che sembra inesorabile nella sua tremenda giustizia.
Il capitolo 18 fa parte di una tematica ben precisa in questo libro, nella quale Ezechiele scaglia i propri oracoli e le proprie accuse contro Giuda e Gerusalemme. La condanna appare irrevocabile e la catastrofe imminente. Nonostante i triboli Ezechiele (anche se la recente filologia ha messo in dubbio che questo libro sia un’opera coerente, scritta da un solo autore) non è indulgente verso il suo popolo. Passa in rassegna i gravi peccati di cui si sono macchiati i figli di Dio, l’idolatria su tutti ma anche l’avidità, l’ipocrisia, l’infedeltà.

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“Con i deboli mi sono fatto debole, per guadagnare i deboli”

Predicazione tenuta il 1° Giugno 2008 nella Chiesa Valdese di Vasto (CH)

Perché se evangelizzo, non debbo vantarmi, poiché necessità m’è n’è imposta; e guai a me, se non evangelizzo! Se lo faccio volenterosamente, ne ho ricompensa; ma se non lo faccio volenterosamente è sempre un’amministrazione che mi è stata affidata. Qual è dunque la mia ricompensa? Questa: che annunziando il vangelo, io offra il vangelo gratuitamente, senza valermi del diritto che il vangelo mi dà. Poiché, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti, per guadagnarne il maggior numero; con i Giudei, mi sono fatto giudeo, per guadagnare i Giudei; con quelli che sono sotto la legge (benché io stesso non sia sottoposto alla legge), per guadagnare quelli che sono sotto la legge; con quelli che sono senza legge, mi sono fatto come se fossi senza legge (pur non essendo senza la legge di Dio, ma essendo sotto la legge di Cristo) per guadagnare quelli che sono senza legge. Con i deboli mi sono fatto debole, per guadagnare i deboli; mi sono fatto ogni cosa a tutti, per salvarne a ogni modo alcuni. E faccio tutto per il vangelo, al fine di esserne partecipe insieme ad altri

I Corinzi 9,16-23

Cari fratelli e sorelle,

ci troviamo qui di fronte ad uno dei testi più impegnativi della teologia paolina, carico di significati densi e che riguardano uno dei ruoli essenziali nella chiesa cristiana, quello dell’evangelizzazione. Siamo così sicuri che siamo in grado e abbiamo la volontà di evangelizzare veramente oppure vogliamo rinchiuderci nelle nostre torri eburnee?

Paolo si rivolge alla comunità di Corinto, una delle più ricche dell’epoca ma anche una delle più litigiose, lacerata da mille contrasti e divisioni. Paolo rimprovera i corinzi di essere avidi e orgogliosi e di aver smarrito la strada che porta a Dio mediante la grazia. Nei versetti che ho appena letto, l’apostolo parla della sua funzione di evangelizzatore e predicatore, che considera un ministero che gli è imposto a prescindere dalla sua buona volontà perché è una amministrazione che gli è stata affidata, afferrato e quasi prigioniero di Dio. Il premio non è certo monetario (tra l’altro – con un certo pudore – ricorda ai ricchi corinzi di provvedere autonomamente al proprio mantenimento) ma è Dio stesso e Paolo sa che da tale concetto è ben lontano ogni calcolo umano, il quale altro non farebbe che togliere ogni valore al merito. Non bisogna rifiutare l’idea di un premio perché sarebbe indegno per l’uomo. Tale posizione costituirebbe orgoglio e sconvolgerebbe il fondamentale rapporto tra Dio e la sua creatura perché sarebbe un rifiutare non solo il premio che Dio ci ha promesso, ma anche la sua grazia.

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Quella croce significa che dopo ogni nostra caduta ci rialzeremo

Breve meditazione su Marco 15 letta durante il culto del Venerdì Santo del 2008 nella Chiesa valdese di Firenze

Eloì, eloì lamà sabactani? Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Dei pochi versetti che ho appena letto, e il Signore benedica la loro lettura, questo è quello che sempre più mi ha colpito, fin da bambino. Il Figlio di Dio, perfettamente consapevole del suo ruolo e della sua predestinazione al supplizio, al sacrificio per prendere su di sé il dolore e il peccato dell’umanità, sulla croce avrebbe avuto paura? Certo, l’angoscia e la paura caratterizzano il Signore anche in altri parti della Scrittura. Nel capitolo 14 dello stesso vangelo di Marco, Cristo chiede al Padre se è possibile allontanare l’amaro calice che sta per bere. Ma l’intensità di questo versetto è di una angoscia e di una violenza grande. Sì, Gesù in croce ha avuto paura, umanamente ha sentito un dolore straziante e ha invocato il Padre, lo ha chiamato domandandogli perché lo avesse abbandonato. Qui è presente la vera e profonda umanità di Cristo, un Dio che si è fatto uomo e che ha scelto di soffrire per amore degli uomini e delle donne, un Dio che si può rappresentare in un uomo che soffre, in una delle vittime dell’olocausto, in un malato terminale di Aids, in una vittima della mancata sicurezza sui posti di lavoro, in un omosessuale o transessuale che viene ucciso, in una donna che viene violentata. Lì è presente l’immagine di Gesù che muore in croce. In Cristo si riassume il grido di angoscia e di paura dell’umanità sofferente in tutti i tempi e in Lui questa umanità però trova consolazione e speranza perché egli si è immolato per noi e non desidera che noi soffriamo. Continueremo ad essere peccatori e a cadere, ma quella croce significa che dopo ogni nostra caduta ci rialzeremo e anche quando ci addormenteremo nella morte avremo la speranza di risorgere con il Padre. Amen.

Andrea Panerini

“Verrò come un ladro, e tu non saprai a che ora verrò a sorprenderti”

Predicazione di Andrea Panerini tenuta il 16 dicembre 2007 nella Chiesa metodista di Firenze

All’angelo della chiesa di Sardi scrivi:
Queste cose dice colui che ha i sette spiriti di Dio e le sette stelle: Io conosco le tue opere: tu hai fama di vivere ma sei morto. Sii vigilante e rafforza il resto che sta per morire; poiché non ho trovato le tue opere perfette davanti al mio Dio. Ricordati dunque come hai ricevuto e ascoltato la parola, continua a serbarla e ravvediti. Perché, se non sarai vigilante, io verrò come un ladro, e tu non saprai a che ora verrò a sorprenderti. Tuttavia a Sardi ci sono alcuni che non hanno contaminato le loro vesti; essi cammineranno con me in bianche vesti, perché ne sono degni. Chi vince sarà dunque vestito di vesti bianche, e io non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma confesserò il suo nome davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli. Chi ha orecchie ascolti ciò che lo Spirito dice alla chiese.

Apocalisse 3,1-6

Cari fratelli e sorelle, questo brano fa parte di un complesso (capitoli 2 e 3 dell’Apocalisse) denominato comunemente “lettere alle chiese”. In realtà mancano i presupposti, anche formali, per definire questi testi delle vere e proprie “lettere”. Più correttamente si dovrebbe parlare di “messaggi” od “oracoli”. Il numero di questi messaggi è di sette, numero che sappiamo essere altamente simbolico nella Bibbia. Tutti questi messaggi, da intendersi anche indipendenti l’uno dall’altro anche se dentro un comune disegno, sono un riferimento a modelli ecclesiologici, positivi e negativi. La chiesa di Filadelfia, ad esempio, è chiaramente indicata come esempio di virtù cristiana e di amore fraterno. La chiesa di Sardi, per tornare al nostro brano, era una delle più antiche comunità cristiane, la cui nascita viene fatta risalire ai primi anni della predicazione dell’apostolo Paolo.

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