“Io sono la Resurrezione e la Vita”

Predicazione tenuta a Milano per il funerale di Stefano Giuseppe Crocicchio

ResurrezioneMantegna1 C’era un ammalato, un certo Lazzaro di Betania, del villaggio di Maria e di Marta sua sorella. 2 Maria era quella che unse il Signore di olio profumato e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; Lazzaro, suo fratello, era malato. 3 Le sorelle dunque mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». 4 Gesù, udito ciò, disse: «Questa malattia non è per la morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio sia glorificato». 5 Or Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro; 6 com’ebbe udito che egli era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove si trovava. 7 Poi disse ai discepoli: «Torniamo in Giudea!» 8 I discepoli gli dissero: «Maestro, proprio adesso i Giudei cercavano di lapidarti, e tu vuoi tornare là?» 9 Gesù rispose: «Non vi sono dodici ore nel giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; 10 ma se uno cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». 11 Così parlò; poi disse loro: «Il nostro amico Lazzaro si è addormentato; ma vado a svegliarlo». 12 Perciò i discepoli gli dissero: «Signore, se egli dorme, sarà salvo». 13 Or Gesù aveva parlato della morte di lui, ma essi pensarono che avesse parlato del dormire del sonno. 14 Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto, 15 e per voi mi rallegro di non essere stato là, affinché crediate; ma ora, andiamo da lui!» 16 Allora Tommaso, detto Didimo, disse ai condiscepoli: «Andiamo anche noi, per morire con lui!» 17 Gesù dunque, arrivato, trovò che Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro. 18 Or Betania distava da Gerusalemme circa quindici stadi, 19 e molti Giudei erano andati da Marta e Maria per consolarle del loro fratello. 20 Come Marta ebbe udito che Gesù veniva, gli andò incontro; ma Maria stava seduta in casa. 21 Marta dunque disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto; 22 e anche adesso so che tutto quello che chiederai a Dio, Dio te lo darà». 23 Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». 24 Marta gli disse: «Lo so che risusciterà, nella risurrezione, nell’ultimo giorno». 25 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26 e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» 27 Ella gli disse: «Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che doveva venire nel mondo». 28 Detto questo, se ne andò, e chiamò di nascosto Maria, sua sorella, dicendole: «Il Maestro è qui, e ti chiama». 29 Ed ella, udito questo, si alzò in fretta e andò da lui. 30 Or Gesù non era ancora entrato nel villaggio, ma era sempre nel luogo dove Marta lo aveva incontrato. 31 Quando dunque i Giudei, che erano in casa con lei e la consolavano, videro che Maria si era alzata in fretta ed era uscita, la seguirono, supponendo che si recasse al sepolcro a piangere. 32 Appena Maria fu giunta dov’era Gesù e l’ebbe visto, gli si gettò ai piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». 33 Quando Gesù la vide piangere, e vide piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, fremette nello spirito, si turbò e disse: 34 «Dove l’avete deposto?» Essi gli dissero: «Signore, vieni a vedere!» 35 Gesù pianse. 36 Perciò i Giudei dicevano: «Guarda come l’amava!» 37 Ma alcuni di loro dicevano: «Non poteva, lui che ha aperto gli occhi al cieco, far sì che questi non morisse?» 38 Gesù dunque, fremendo di nuovo in se stesso, andò al sepolcro. Era una grotta, e una pietra era posta all’apertura. 39 Gesù disse: «Togliete la pietra!» Marta, la sorella del morto, gli disse: «Signore, egli puzza già, perché siamo al quarto giorno». 40 Gesù le disse: «Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?» 41 Tolsero dunque la pietra. Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, ti ringrazio perché mi hai esaudito. 42 Io sapevo bene che tu mi esaudisci sempre; ma ho detto questo a motivo della folla che mi circonda, affinché credano che tu mi hai mandato». 43 Detto questo, gridò ad alta voce: «Lazzaro, vieni fuori!» 44 Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti da fasce, e il viso coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare». 45 Perciò molti Giudei, che erano venuti da Maria e avevano visto le cose fatte da Gesù, credettero in lui. 46 Ma alcuni di loro andarono dai farisei e raccontarono loro quello che Gesù aveva fatto.

Giovanni 11,1-45

Cari fratelli e care sorelle,
salutare una persona cara che se ne va è sempre difficile per tutti noi. Non sembra mai il momento giusto per fare a meno della presenza fisica di una persona che si ama, di cui si ha sempre disperatamente bisogno e non si vuole lasciar andare.
Io non ho conosciuto di persona Stefano, quel poco che so mi è stato detto dal pastore Platone e da alcuni di voi. So che era una persona estrosa, generosa, gran lavoratore, attaccato agli affetti, agli amici e quanto questo sia vero si vede da quanto numerosi siete qui questa mattina.
Per Stefano la fede in Cristo era molto importante, era veramente parte integrante della sua vita, nella continua ricerca di Dio, una ricerca durata tutta la vita e questa ricerca lo ha portato sulla porta della Chiesa valdese, senza avere il tempo di entrarci per colpa del male che ce lo ha portato via prematuramente. Non si è mai vergognato di professarsi per come è, omosessuale come anche cristiano in ricerca nel coraggio di andare oltre al conformismo religioso imperante che non è fede ma solo convenzione sociale.
Eppure quanto è difficile, soprattutto per voi che lo avete conosciuto e amato, salutare oggi per l’ultima volta Stefano!

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“Io non sono il Cristo”

giovanni-battista

Predicazione pronunciata da Andrea Panerini il 23 dicembre 2012 nella Chiesa metodista di Terni

Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei mandarono da Gerusalemme dei sacerdoti e dei Leviti per domandargli: «Tu chi sei?» Egli confessò e non negò; confessò dicendo: «Io non sono il Cristo». Essi gli domandarono: «Chi sei dunque? Sei Elia?» Egli rispose: «Non lo sono». «Sei tu il profeta?» Egli rispose: «No». Essi dunque gli dissero: «Chi sei? affinché diamo una risposta a quelli che ci hanno mandati. Che dici di te stesso?» Egli disse: «Io sono la voce di uno che grida nel deserto: “Raddrizzate la via del Signore”, come ha detto il profeta Isaia». Quelli che erano stati mandati da lui erano del gruppo dei farisei; e gli domandarono: «Perché dunque battezzi, se tu non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?» Giovanni rispose loro, dicendo: «Io battezzo in acqua; tra di voi è presente uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio dei calzari!» Queste cose avvennero in Betania di là dal Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Giovanni 1,19-28

Cari fratelli e care sorelle,
siamo alla quarta domenica d’Avvento e credo che molti di voi si aspetterebbero di sentir parlare di Gesù, di Maria, dell’attesa del Natale. Non certo di Giovanni il Battista adulto che si scontra con le autorità ebraiche del suo tempo e si deve difendere!
Perché allora il lezionario ci propone oggi questo brano del Vangelo di Giovanni? Un testo che sembra fuori dal contesto storico e cronologico del Natale che ci apprestiamo a celebrare tra pochi giorni. Forse questa domanda scaturisce dal poco pensare a che cosa è realmente il tempo d’Avvento. L’Avvento è sempre stato, nella storia della Chiesa, un tempo forte di preghiera, meditazione, penitenza, al pari della Quaresima. Un tempo in cui si aspetta il Salvatore che è venuto e deve tornare per la salvezza di tutti noi, un tempo escatologico, in cui si parla delle cose ultime, di quando Cristo tornerà. La vicinanza della fine dell’anno civile con l’Avvento e le festività natalizie ben testimonia questo: ogni Natale noi non vogliamo rievocare solo l’evento storico della venuta di Cristo, come in questo testo non vogliamo solo vedere la testimonianza di Giovanni in quel tempo, ma vogliamo parlare di Cristo che tornerà, di un tempo che finisce perché un altro tempo sta per cominciare.
Questa è la testimonianza di Giovanni. Testimonianza. In greco μαρτυρία: essere testimoni vuol dire essere martiri e in questa etimologia si ritrova la forza dell’espressione. Non una professione di fede fatta stancamente, come una routine, ma un impegno vivo e operante di messa in gioco delle nostre vite, di pagare anche un prezzo per le nostre convinzioni, di servire Dio testimoniando il suo Figlio. Non sempre è necessario immolarsi fino alle estreme conseguenze anche se questo è successo a molti cristiani in Europa quasi settant’anni fa, anche se questo succede ogni giorno in molte parti del mondo in cui i cristiani sono uccisi, perseguitati, imprigionati. Testimoniare significa anche assumersi delle responsabilità, testimoniare significa fare e non solo dire, ascoltare e non solo parlare, abbracciare e non solo giudicare.

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Il servizio fino al dono della propria vita

Predicazione tenuta da Andrea Panerini il 25 marzo 2012 nella Chiesa metodista di Vicenza

Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, si avvicinarono a lui, dicendogli: «Maestro, desideriamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che volete che io faccia per voi?» Essi gli dissero: «Concedici di sedere uno alla tua destra e l’altro alla tua sinistra nella tua gloria». Ma Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete voi bere il calice che io bevo, o essere battezzati del battesimo del quale io sono battezzato?» Essi gli dissero: «Sì, lo possiamo». E Gesù disse loro: «Voi certo berrete il calice che io bevo e sarete battezzati del battesimo del quale io sono battezzato; ma quanto al sedersi alla mia destra o alla mia sinistra, non sta a me concederlo, ma è per quelli a cui è stato preparato». I dieci, udito ciò, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Ma Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che quelli che sono reputati prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i loro grandi le sottomettono al loro dominio. Ma non è così tra di voi; anzi, chiunque vorrà essere grande fra voi, sarà vostro servitore; e chiunque, tra di voi, vorrà essere primo sarà servo di tutti. Poiché anche il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire, e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti».

Marco 10,35-45

Cari fratelli e care sorelle,
vi è mai capitato di desiderare qualcosa con tutte le vostre forze pur sapendo che è un desiderio assurdo, sconveniente, grottesco? Vi è capitato di fare domande di cui – tutti tranne voi – ci si è subito accorti della loro inopportunità? Ecco, è quello che in questo brano accade a Giacomo e Giovanni, i due figli di Zebedeo diventati apostoli. Come bambini che puntano i piedi per un dolce, pur sapendo che gli provoca una indigestione, essi non capiscono i veri valori che sono dietro alla predicazione di Gesù.
Che volete che io faccia per voi? I discepoli sono in cammino verso Gerusalemme al seguito di Gesù. Dal gruppo, la cui consistenza numerica non viene precisata, Gesù separa i Dodici per enunciare loro la Passione (10,32-34). In questo modo sono ancora accanto a Lui quando dal loro gruppo si staccano Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo che si avvicinano a Gesù e, come una sola persona, gli rivolgono la loro richiesta. Nella sua risposta (v. 38) Gesù comincia col dire ai due fratelli che essi hanno parlato sconsideratamente il che permette di riconoscere qui un tema caro a Marco: i figli di Zebedeo non sono più svegli degli altri discepoli, poiché non hanno compreso la reale portata della loro richiesta.

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Il pane della vita

Predicazione tenuta il 7 agosto 2011 nella Chiesa battista di Teatro Valle a Roma

Allora essi gli dissero: «Quale segno miracoloso fai, dunque, perché lo vediamo e ti crediamo? Che operi? I nostri padri mangiarono la manna nel deserto, come è scritto: “Egli diede loro da mangiare del pane venuto dal cielo”». Gesù disse loro: «In verità, in verità vi dico che non Mosè vi ha dato il pane che viene dal cielo, ma il Padre mio vi dà il vero pane che viene dal cielo. Poiché il pane di Dio è quello che scende dal cielo, e dà vita al mondo».
Essi quindi gli dissero: «Signore, dacci sempre di questo pane». Gesù disse loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà mai più sete.

Giovanni 6,30-35

Cari fratelli e care sorelle,
come sono sempre sospettosi e scettici questi discepoli di Gesù! E’ la folla che lo ha cercato, che vuole seguirlo ma allo stesso tempo non si accontenta degli straordinari “numeri” che questo predicatore itinerante gli ha appena fatto vedere. In effetti, un conto è vedere alcuni fatti straordinari con lo stesso atteggiamento di quando andiamo a teatro o al circo, ma qui Gesù chiede di avere fede, di rimettere in gioco la propria vita, le proprie convinzioni, le proprie sicurezze. I discepoli, la folla, chi assiste a questo discorso, tutti aspettano e continuano a sognare un pane che cadrà loro dal cielo senza rendersi conto della realtà di Gesù in mezzo a loro, del Regno che viene. Gesù non dà qualcosa, ma offre se stesso. Questo nella materialità del mondo, ieri, oggi e credo anche domani, non è concepibile: il popolo vuole panem et circenses, vuole un condottiero militare che liberi Israele dall’oppressione romana, vuole un demagogo che lo faccia sognare con promesse mirabolanti. Che se ne fa di questo galileo che offre il suo misterioso pane, che offre se stesso per il nutrimento spirituale di tutti? L’incomprensione dell’uditorio nei confronti di questo discorso è palpabile e in questo possiamo dire che il mondo ha rifiutato il pane che Gesù gli offre e rifiutandolo ha negato la sovranità del Padre. Tuttavia chi ha ascoltato ed è stato toccato dalla Grazia persevera ancora oggi, pur indegnamente, nel discepolato.

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“Il buon pastore dà la sua vita per le pecore”

Predicazione tenuta il 16 aprile 2010 a Casa Cares in occasione del ritiro-convegno dell’Associazione “Fiumi d’acqua viva”

Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore. Il mercenario, che non è pastore, a cui non appartengono le pecore, vede venire il lupo, abbandona le pecore e si dà alla fuga (e il lupo le rapisce e disperde), perché è mercenario e non si cura delle pecore. Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie conoscono me, come il Padre mi conosce e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. Ho anche altre pecore, che non sono di quest’ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore. Per questo mi ama il Padre; perché io depongo la mia vita per riprenderla poi. Nessuno me la toglie, ma io la depongo da me. Ho il potere di deporla e ho il potere di riprenderla. Quest’ordine ho ricevuto dal Padre mio». Nacque di nuovo un dissenso tra i Giudei per queste parole. Molti di loro dicevano: «Ha un demonio ed è fuori di sé; perché lo ascoltate?» Altri dicevano: «Queste non sono parole di un indemoniato. Può un demonio aprire gli occhi ai ciechi?»
In quel tempo ebbe luogo in Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era d’inverno, e Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone. I Giudei dunque gli si fecero attorno e gli dissero: «Fino a quando terrai sospeso l’animo nostro? Se tu sei il Cristo, diccelo apertamente». Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non lo credete; le opere che faccio nel nome del Padre mio, sono quelle che testimoniano di me; ma voi non credete, perché non siete delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono; e io do loro la vita eterna e non periranno mai e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti; e nessuno può rapirle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo uno».


Gv. 10,11-30

Cari fratelli e care sorelle,
questa pericope che costituisce il brano della predicazione di questa domenica è un testo molto conosciuto nella cristianità. In quasi tutte le liturgie delle chiese cristiane è collocato la seconda o la quarta domenica dopo la Pasqua: tutti noi lo conosciamo eppure poche volte ci siamo soffermati veramente sul suo significato profondo. E’ facile imbattersi in illustrazioni e sermoni allegorici  dove si tende a banalizzare la portata teologica del “buon pastore”, riducendo Gesù a una figurina da scambiare con altre. Questo brano invece è centrale in tutta la teologia giovannea ed è uno degli elementi fondamentali di tutto il Nuovo Testamento.
In greco il termine “kalòs” più che “buono” significa “generoso” oppure “perfetto”: la perfezione di Gesù, che lui ci offre perchè noi la possiamo imitare, è la perfezione dell’agape, dell’amore cristiano che si realizza – nella sua più alta espressione –  nella croce “scandalo per i giudei, follia per i greci” (1Cor. 1,23), nel completo dono di sé nei confronti degli altri, nel sacrificio più alto.
Il riferimento, qui, alla morte di Gesù è evidente, ma – più di ogni altra cosa – è evidente il senso, il significato di questa morte: Gesù muore affinchè nessuno più possa morire, perde la vita per donarla agli altri, perisce affinchè nessuno possa perire, subisce una violenza inaudita perchè non vi sia più violenza, subisce lo scherno dei soldati e del popolo perchè non vi possa essere più alcuna discriminazione ma rispetto per la dignità di ogni essere umano, subisce un processo iniquo perchè nessuno possa più giudicare, muore solo – abbandonato dai suoi – perchè nessuno sia lasciato più solo di fronte alla sofferenza.

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“Un uomo solo muoia per il popolo”

Meditazione tenuta il 27 marzo 2010 per il culto veterocattolico
Chiesa episcopale St. James – Firenze

Perciò molti Giudei, che erano venuti da Maria e avevano visto le cose fatte da Gesù, credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e raccontarono loro quello che Gesù aveva fatto. I capi dei sacerdoti e i farisei, quindi, riunirono il sinedrio e dicevano: «Che facciamo? Perché quest’uomo fa molti segni miracolosi. Se lo lasciamo fare, tutti crederanno in lui; e i Romani verranno e ci distruggeranno come città e come nazione». Uno di loro, Caiafa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla, e non riflettete come torni a vostro vantaggio che un uomo solo muoia per il popolo e non perisca tutta la nazione». Or egli non disse questo di suo; ma, siccome era sommo sacerdote in quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire in uno i figli di Dio dispersi.
Da quel giorno dunque deliberarono di farlo morire. Gesù quindi non andava più apertamente tra i Giudei, ma si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim; e là si trattenne con i suoi discepoli.
La Pasqua dei Giudei era vicina e molti di quella regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Cercavano dunque Gesù; e, stando nel tempio, dicevano tra di loro: «Che ve ne pare? Verrà alla festa?» Or i capi dei sacerdoti e i farisei avevano dato ordine che se qualcuno sapesse dov’egli era, ne facesse denuncia perché potessero arrestarlo.

Gv. 11,45-56

Cari fratelli e care sorelle,
questo testo precede immediatamente la narrazione della settimana santa, la Passione e Resurrezione del Signore che si avvicinano e che provocano anche una drammatizzazione sempre maggiore nei testi sacri avvicinandosi al momento liturgico più alto e importante di tutte le chiese cristiane.
Come già avvenuto in precedenza, la popolazione ebraica venuta a conoscenza della resurrezione di Lazzaro è divisa sul valore del segno: alcuni credono, altri no. Giovanni presenta i capi del popolo ebraico concordi nel temere reazioni violente da parte romana, come se i molti segni di Gesù potessero avere per loro, politicamente, gli effetti più nefasti: tempio e nazione corrono un grave rischio. Esprimendo il suo consiglio, il sommo sacerdote di quell’anno fatale dice la verità senza saperlo e forse senza neanche volerlo, un esempio di quell’ironia su cose e persone che tanto piace al redattore del Vangelo di Giovanni: un uomo solo deve morire se si vuole evitare la distruzione dell’intera nazione. Quest’affermazione può essere letta sia in chiave politica che teologica. Caiafa che disse queste parole “non di suo” annuncia una parola che vale non solo per la nazione ma anche per “riunire in uno i figli di Dio dispersi” (v. 52): cioè riunire tutti i credenti in Gesù fuori da Israele e che sono noti solo a Dio. Giovanni chiama gli ebrei di Palestina ethnos e non usa, per contrasto, il termine comune per indicare gli ebrei che vivevano fuori d’Israele, diaspora. Per la prima volta nel suo vangelo, Giovanni si riferisce chiaramente ai non ebrei, samaritani esclusi. Questo è il più chiaro segnale della consapevolezza della salvezza dei gentili nel quarto vangelo. L’evangelista colloca questa storia dopo la resurrezione di Lazzaro per un duplice scopo: creare un preludio alla resurrezione di Gesù mediante la potenza di Dio e spiegare il motivo per il quale, alla fine, il Sinedrio, lo arresta. La tradizione di Marco (11,18) e quella di Luca (19,47-48) ignorata da Matteo, inquadra il complotto contro Gesù nella paura che assale i capi ebrei dopo la purificazione del tempio. Per Marco la decisione è diretta conseguenza di questo atto di purificazione mentre in Luca, narratore stilisticamente più raffinato. invece è l’insegnamento di Gesù la causa scatenante del complotto per eliminarlo. Tutta la ricerca, da parte degli autori dei vangeli, per individuare una causa storica di questa decisione politica è resa dubbia da annunci precoci nei testi (in Luca questo viene attenuato). Anche Giovanni, molto precocemente (2,13-22) mette l’azione simbolica del cacciare i cambiavalute dal tempo, suggerendone il motivo: egli voleva dichiarare di essere lui stesso il tempio dell’età finale, il locus del culto d’Israele. Ma Giovanni sembra voler utilizzare la resurrezione di Lazzaro come causa immediata di un complotto ai danni di Gesù principalmente per ragioni simboliche e in second’ordine per motivi di plausibilità storica: la narrazione giovannea, che si serve della “profezia” del sommo sacerdote, secondo la quale la morte di un agnello sacrificale era preferibile alla rovina di un intero popolo, è più illuminante delle spiegazioni dei sinottici.

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“Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”

Predicazione tenuta il 24 maggio 2009 nella Chiesa metodista di Firenze

“Se il mondo vi odia, sapete ben che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe quello che è suo; poiché non siete del mondo, ma io ho scelto voi in mezzo al mondo, perciò il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che vi ho detta: “Il servo non è più grande del suo signore”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo ve lo faranno a causa de mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato. Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero colpa; ma ora non hanno scusa per il loro peccato. Chi odia me, odia anche il Padre mio. Se non avessi fatto tra di loro le opere che nessun altro ha mai fatte, non avrebbero colpa; ma ora le hanno viste, e hanno odiato me e il Padre mio. Ma questo è avvenuto affinché sia adempiuta la parola scritta nella loro legge: “Mi hanno odiato senza motivo”. Ma quando sarà venuto il Consolatore che io vi manderò da parte del Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli testimonierà di me; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio.”
“Io vi ho detto queste cose, affinché non siate sviati. Vi espelleranno dalle sinagoghe; anzi, l’ora viene che chiunque vi ucciderà, crederà di rendere un culto a Dio. Faranno questo perché non hanno conosciuto né il Padre né me. Ma io vi ho detto queste cose, affinché, quando sia giunta l’ora, vi ricordiate che ve le ho dette. Non ve le dissi da principio perché ero con voi.”


Giovanni 15, 18-16,4

Cari fratelli, care sorelle,
il brano della predicazione di questa domenica riprende la lunga narrazione che Giovanni riserva alla notte in cui Gesù fu tradito. Cristo istruisce lungamente i discepoli su quale sia la sua vera natura, su come si dovranno comportare nel mondo, su come il mondo reagirà alla loro presenza.
Il segno dell’amore fraterno ha come contrappeso l’odio del mondo. Il sangue del Signore penetra nell’intimo dei discepoli; li obbliga all’amore e li vota alla persecuzione del mondo. Come se, in questa notte di tradimento, soltanto la piccola isola di luce che brilla nel Cenacolo conoscesse la dolcezza dell’amicizia. Attraverso i secoli soltanto la vera cristianità raggrupperà, in un mondo d’odio, il piccolo gregge unito dall’amore di Dio. Il cristiano è il testimone della croce, sia con l’amore che porta, sia con l’odio che subisce dal mondo, perché il mondo non cesserà mai di odiare il cristiano. Non ci si potrebbe fidare dei discepoli che cercassero la simpatia del mondo o ne godessero. Non che il cristiano debba necessariamente cercare di coltivare la sofferenza con un misticismo morboso. Senza bisogno di cercare le prove, basterà accettare quelle che verranno: ogni compiacenza in esse è sospetta. Ma deve essere pronto – e questo basta – a soffrire le persecuzioni del mondo per la sua fedeltà al Signore, perché l’odio del mondo è inseparabile dalla sua condizione di discepolo. Con una semplicità sconcertante, Paolo afferma che non dobbiamo lasciarci turbare dalle persecuzioni, perché, dice, voi sapete bene che siamo destinati a questo (Ts 3,3). In questa prospettiva si comprende meglio l’osservazione dell’autore degli Atti riguardo agli apostoli: Essi dunque se ne andarono via dal Sinedrio, rallegrandosi di essere stati ritenuti degni di essere oltraggiati per il nome di Gesù (At. 5,41).

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“Dimorate in me, e io dimorerò in voi”

Predicazione tenuta il 3 maggio 2009 nella Chiesa metodista di Firenze

“Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. Ogni tralcio che in me non dà frutto, lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo pota affinché ne dia di più. Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunziata. Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dar frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me. Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete far nulla. Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano. Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. In questo caso è glorificato il Padre io: che portiate molto frutto: così sarete miei discepoli.”

Giovanni 15,1-8

Cari fratelli, care sorelle,
ci troviamo di fronte a Gesù che vive gli ultimi istanti della propria vita. Quella sera il discorso ai discepoli fu lungo, complesso e con i toni di gravità propri degli ultimi istanti della vita: un vero e proprio testamento.
Il paragone della vite è suggerito dal vino della Santa Cena e anche dalle parole di Gesù che i vangeli sinottici ci hanno conservato nel racconto dell’istituzione dell’eucarestia: In verità vi dico che non berrò più del succo della vite fino al giorno in cui lo berrò di nuovo nel Regno di Dio. Gesù ha già lavato i piedi agli apostoli, simbolo dell’estremo sacrificio che sta per compiere. Il vino eucaristico è la bevanda del popolo della nuova alleanza, nel regno di Dio arrivato a compimento. Già a Cana (Gv. 2,1-11) la quantità e la qualità del vino furono un presagio della pienezza della salvezza che sarebbe stata comunicata nell’ultima ora della vita di Gesù, in quell’ora che sarebbe stata nello stesso tempo la prima degli ultimi tempi. Ma l’insistenza sulla vera vite ha lo scopo di definire questa in riferimento e in opposizione alla vigna che nell’Antico Testamento è uno dei simboli del popolo d’Israele. Da principio è lo stesso simbolismo del vino che, nell’Antico Testamento, è messo in relazione con la tragedia della elezione e del giudizio, del piantare e dello sradicare. Le armoniche del canto della vigna in Isaia 5,1-7 sono strappate, dolorose; più conciso, ma ancora più tragico è il lamento di Geremia: Eppure, io ti avevo piantata come una nobile vigna, tutta del miglior ceppo; come mai ti sei trasformata in tralci degenerati di una vigna a me non familiare? (Ger. 2,21). E’ soltanto nell’Apocalisse più tardiva di Isaia che si pensa alla vigna di nuovo prospera d’Israele: In quel giorno cantate la vigna dal vino vermiglio! Io, il Signore, ne sono il guardiano, io la irrigo a ogni istante; la custodisco notte e giorno, affinché nessuno la danneggi (Is. 27,2-6).

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“Donna, perché piangi?”

Predicazione tenuta il 12 aprile 2009, giorno di Pasqua, presso la Chiesa metodista di Firenze

Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro e vide la pietra tolta dal sepolcro e vide la pietra tolta dal sepolcro. Allora corse verso Simon Pietro e l’altro discepolo che Gesù amava e disse loro: “Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’abbiano messo”. Pietro e l’altro discepolo uscirono dunque e si avviarono al sepolcro. I due correvano assieme, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse primo al sepolcro; e, chinatosi, vide le fasce per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro, e vide le fasce per terra, e il sudario che era stato sul capo di Gesù, non per terra con le fasce, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo che era giunto che era giunto per primo al sepolcro,  e vide, e credette. Perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti. I discepoli dunque se ne tornarono a casa. Maria, invece, se ne stava fuori vicino al sepolcro, a piangere. Mentre piangeva, si chinò a guardare dentro il sepolcro, ed ecco, vide due angeli, vestiti di bianco, seduti uno a capo e l’altro ai piedi, lì dov’era stato il corpo di Gesù.  Ed essi le dissero: “Donna, perché piangi?”. Ella rispose loro: “Perché hanno tolto il mio Signore, e non so dove l’abbiano deposto”. Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Gesù le disse: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?” Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se tu l’hai portato via, dimmi dove l’hai deposto, ed io lo prenderò”. Gesù le disse: “Maria!”. Ella, voltatasi, gli disse in ebraico: “Rabbunì!” che vuol dire: “Maestro!”. Gesù le disse: “Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro”. Maria Maddalena andò ad annunciare ai discepoli che aveva visto il Signore, e che egli le aveva detto queste cose.

Giovanni 20,1-18

Cari fratelli e care sorelle,
gioisca la Chiesa, splendente nella gloria del suo Signore. Con queste parole dell’exultet, l’antichissimo canto che annuncia la Resurrezione del Cristo nella Veglia di Pasqua in numerose chiese cristiane, comincio quello che per un predicatore è il sermone teologicamente più difficile.
Fin dall’inizio la scoperta della tomba vuota (20,1-9) sconvolge Maria Maddalena. Gli apostoli sono disorientati e non riescono a comprendere la vera essenza di quello che possono vedere davanti ai loro occhi. Il timore di un rapimento della salma, gli ansiosi andirivieni sulla strada della tomba, tutta l’atmosfera di quel mattino attesta una profonda venerazione per il Maestro defunto, ma non dimostra la giusta comprensione dei fatti. Il Vangelo di Giovanni, quello che è considerato il  teologicamente più complicato, oltre ad essere il più tardo cronologicamente, usa delle espressioni molto precise nel suo racconto. Per esempio il sudario è piegato (v. 7) e a noi contemporanei esprime ben poco nella comprensione immediata. Nel testo greco l’evangelista usa il verbo entulisso nella forma passiva, dando un pieno significato di avvolgere, un coprire avvolgendo. Potremmo tradurre: avvolgendo un luogo determinato. In Giovanni però l’espressione topos, luogo, indica in primo luogo il Tempio di Gerusalemme. Quindi il Tempio che è rappresentato dal corpo del Cristo, luogo dell’anima prima che luogo fisico, è stato avvolto da quel sudario. Fin dai primi versetti del brano, quindi, chi legge è avvertito della presenza di un fatto eccezionale, una sfumatura che tuttavia non sempre viene resa nelle traduzioni. Chi può, questo è il mio consiglio, si legga questo capitolo del Vangelo di Giovanni in greco: è di una bellezza teologica, letteraria e poetica unica.

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