Tu sei il mio diletto Figlio

battesimo-2Predicazione tenuta l’11 gennaio 2015 per la Chiesa della Comunità Metropolitana (CCM/MCC) di Firenze

E predicava (Giovanni), dicendo: «Dopo di me viene colui che è più forte di me; al quale io non sono degno di chinarmi a sciogliere il legaccio dei calzari. Io vi ho battezzati con acqua, ma lui vi battezzerà con lo Spirito Santo». In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato da Giovanni nel Giordano. A un tratto, come egli usciva dall’acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito scendere su di lui come una colomba. Una voce venne dai cieli: «Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto».

Marco 1,7-11

Cari fratelli e care sorelle,
Gesù si confonde con i peccatori alla riva del Giordano per chiedere a Giovanni di essere battezzato come tutti gli altri, sebbene lui fosse apparso per togliere i peccati del mondo intero e in lui non vi fosse peccato alcuno (1Gv 3, 5). La sua scelta di umiltà e di sottomissione si giustifica con l’adempimento della volontà del Padre, che era quella adempiere ogni opera per il riscatto e per la salvezza dell’umanità: sottomettendosi al battesimo al Giordano Cristo adempie la volontà del Padre di avvicinare i peccatori per comunicare loro amore e misericordia e per instaurare con essi un rapporto di intimità e di fiducia, ai fini di recuperarli alla vita. Di salvarli. Gesù al Giordano si rende insomma solidale con i peccatori condividendo con essi angosce e sofferenze che la privazione di Dio comporta nella loro vita; per coltivare con essi la stessa aspirazione alla speranza e alla vita nuova, alla forza rigeneratrice del perdono divino che rigenera e infonde coraggio. Gesù accetta di sottoporsi al Battesimo e questo gli merita l’approvazione del Padre e il dono dello Spirito Santo. Uscito dall’acqua viene istituito (già lo era nell’incarnazione) Figlio di Dio e prediletto del Padre, il quale gli schiude le porte alla missione di redenzione e di salvezza.

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“Io sono la Resurrezione e la Vita”

Predicazione tenuta a Milano per il funerale di Stefano Giuseppe Crocicchio

ResurrezioneMantegna1 C’era un ammalato, un certo Lazzaro di Betania, del villaggio di Maria e di Marta sua sorella. 2 Maria era quella che unse il Signore di olio profumato e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; Lazzaro, suo fratello, era malato. 3 Le sorelle dunque mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». 4 Gesù, udito ciò, disse: «Questa malattia non è per la morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio sia glorificato». 5 Or Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro; 6 com’ebbe udito che egli era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove si trovava. 7 Poi disse ai discepoli: «Torniamo in Giudea!» 8 I discepoli gli dissero: «Maestro, proprio adesso i Giudei cercavano di lapidarti, e tu vuoi tornare là?» 9 Gesù rispose: «Non vi sono dodici ore nel giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; 10 ma se uno cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». 11 Così parlò; poi disse loro: «Il nostro amico Lazzaro si è addormentato; ma vado a svegliarlo». 12 Perciò i discepoli gli dissero: «Signore, se egli dorme, sarà salvo». 13 Or Gesù aveva parlato della morte di lui, ma essi pensarono che avesse parlato del dormire del sonno. 14 Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto, 15 e per voi mi rallegro di non essere stato là, affinché crediate; ma ora, andiamo da lui!» 16 Allora Tommaso, detto Didimo, disse ai condiscepoli: «Andiamo anche noi, per morire con lui!» 17 Gesù dunque, arrivato, trovò che Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro. 18 Or Betania distava da Gerusalemme circa quindici stadi, 19 e molti Giudei erano andati da Marta e Maria per consolarle del loro fratello. 20 Come Marta ebbe udito che Gesù veniva, gli andò incontro; ma Maria stava seduta in casa. 21 Marta dunque disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto; 22 e anche adesso so che tutto quello che chiederai a Dio, Dio te lo darà». 23 Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». 24 Marta gli disse: «Lo so che risusciterà, nella risurrezione, nell’ultimo giorno». 25 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26 e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» 27 Ella gli disse: «Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che doveva venire nel mondo». 28 Detto questo, se ne andò, e chiamò di nascosto Maria, sua sorella, dicendole: «Il Maestro è qui, e ti chiama». 29 Ed ella, udito questo, si alzò in fretta e andò da lui. 30 Or Gesù non era ancora entrato nel villaggio, ma era sempre nel luogo dove Marta lo aveva incontrato. 31 Quando dunque i Giudei, che erano in casa con lei e la consolavano, videro che Maria si era alzata in fretta ed era uscita, la seguirono, supponendo che si recasse al sepolcro a piangere. 32 Appena Maria fu giunta dov’era Gesù e l’ebbe visto, gli si gettò ai piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». 33 Quando Gesù la vide piangere, e vide piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, fremette nello spirito, si turbò e disse: 34 «Dove l’avete deposto?» Essi gli dissero: «Signore, vieni a vedere!» 35 Gesù pianse. 36 Perciò i Giudei dicevano: «Guarda come l’amava!» 37 Ma alcuni di loro dicevano: «Non poteva, lui che ha aperto gli occhi al cieco, far sì che questi non morisse?» 38 Gesù dunque, fremendo di nuovo in se stesso, andò al sepolcro. Era una grotta, e una pietra era posta all’apertura. 39 Gesù disse: «Togliete la pietra!» Marta, la sorella del morto, gli disse: «Signore, egli puzza già, perché siamo al quarto giorno». 40 Gesù le disse: «Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?» 41 Tolsero dunque la pietra. Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, ti ringrazio perché mi hai esaudito. 42 Io sapevo bene che tu mi esaudisci sempre; ma ho detto questo a motivo della folla che mi circonda, affinché credano che tu mi hai mandato». 43 Detto questo, gridò ad alta voce: «Lazzaro, vieni fuori!» 44 Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti da fasce, e il viso coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare». 45 Perciò molti Giudei, che erano venuti da Maria e avevano visto le cose fatte da Gesù, credettero in lui. 46 Ma alcuni di loro andarono dai farisei e raccontarono loro quello che Gesù aveva fatto.

Giovanni 11,1-45

Cari fratelli e care sorelle,
salutare una persona cara che se ne va è sempre difficile per tutti noi. Non sembra mai il momento giusto per fare a meno della presenza fisica di una persona che si ama, di cui si ha sempre disperatamente bisogno e non si vuole lasciar andare.
Io non ho conosciuto di persona Stefano, quel poco che so mi è stato detto dal pastore Platone e da alcuni di voi. So che era una persona estrosa, generosa, gran lavoratore, attaccato agli affetti, agli amici e quanto questo sia vero si vede da quanto numerosi siete qui questa mattina.
Per Stefano la fede in Cristo era molto importante, era veramente parte integrante della sua vita, nella continua ricerca di Dio, una ricerca durata tutta la vita e questa ricerca lo ha portato sulla porta della Chiesa valdese, senza avere il tempo di entrarci per colpa del male che ce lo ha portato via prematuramente. Non si è mai vergognato di professarsi per come è, omosessuale come anche cristiano in ricerca nel coraggio di andare oltre al conformismo religioso imperante che non è fede ma solo convenzione sociale.
Eppure quanto è difficile, soprattutto per voi che lo avete conosciuto e amato, salutare oggi per l’ultima volta Stefano!

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“Non rendete a nessuno male per male”

Predicazione tenuta il 13 luglio 2014 nella Chiesa valdese di Milano

pace17 Non rendete a nessuno male per male. Impegnatevi a fare il bene davanti a tutti gli uomini. 18 Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini. 19 Non fate le vostre vendette, miei cari, ma cedete il posto all’ira di Dio; poiché sta scritto: «A me la vendetta; io darò la retribuzione», dice il Signore. 20 Anzi, «se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere; poiché, facendo così, tu radunerai dei carboni accesi sul suo capo». 21 Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene.

Romani 12,17-21

Cari fratelli e care sorelle,
in questo brano viene esposto il dovere più difficile della carità cristiana: quello che riguarda i nemici, siano essi cristiani o non cristiani. Non rendete a nessuno male per male. Già nel v. 14 (Benedite quelli che vi perseguitano. Benedite e non maledite…), Paolo ha fatto cenno dei persecutori; ma quelli possono non essere nemici personali. Qui viene alla condotta da tenere verso i nemici personali. Il dovere ha due gradi cioè in primo luogo non render male per male e poi rendere anzi bene per male, ch’è il maggior trionfo dell’amore cristiano. Anziché pensare a ricambiare il male col male, il cristiano deve preoccuparsi delle cose  che vanno alla pace, tenendo al cospetto di tutti gli uomini una condotta irreprensibile e pacifica, che riproduca l’esempio del Maestro. Così non darà, per colpa sua, occasione ad inimicizia e ad offese. Non sarà sempre possibile, poiché non potrà impedire che l’altro gli sia nemico, ma, dice l’Apostolo, se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini. I discepoli di Gesù, noi che siamo radunati in questa Chiesa per ascoltare la Parola, non devono dare occasione a rotture, né invelenirle se avvengono, ma adoperarsi ad evitarle ed a sanarle: poiché sono chiamati ad essere «figli di pace» e «facitori di pace» come è scritto in Matteo 5,9: Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Se non dipende da noi il condurre il prossimo a disposizioni pacifiche verso di noi ma dalla Grazia divina che provoca il ravvedimento in noi e nell’altro, dipende da noi invocare Dio che ci dia sempre la disposizione di sapere in ognimomento fare la pace. Ed è per questo che Gesù ci esorta dicendo: se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra (Matteo 5,39) perché la nostra vanità e amor proprio sia umiliato a favore della pace e della concordia. Ed è una Parola che non si lascia addomesticare dai nostri tentativi di addomesticarla e di relativizzarla, poiché come discepoli dell’unico Maestro è nostro obbligo seguirlo e cercare di imitarli, pur immersi nel nostro peccato.

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La vittoria di Cristo e i nostri desideri

Gioisca la Chiesa, splendente nella gloria del suo Signore. Queste parole dell’exultet, l’antichissimo canto che annuncia la Resurrezione del Cristo nella Veglia di Pasqua in quasi tutte le chiese cristiane, testimoniano il grido di gioia che dovrebbe pervadere la nostra comunità. Eppure Cristo è risorto ma non è ancora tornato. Nemmeno quest’anno, nemmeno questa Pasqua Cristo è tornato: è Risorto, è sempre con noi ma non è ancora tornato. Sembra un’affermazione scontata: se anche questo numero dell’Araldo riescead andare in stampa è perché il Signore non è ancora tornato, se fosse tornato non ci sarebbe più bisogno né di chiesa, né di culto,né di una circolare: “Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio. Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate” (Apocalisse 21,3-4).
E noi che siamo ancora nel tempo di mezzo anche quest’anno celebriamo la Pasqua. Con quale spirito? “La Pasqua non è una rappresentazione della vittoria della nostra vita, delle nostre aspirazioni” dice
Karl Barth, ma è la rappresentazione tangibile e reale della vittoria di Cristo e delle aspirazioni che Dio ha per l’umanità. Spesso ci lamentiamo della distanza tra noi e Dio e delsuo silenzio, del fatto che non risponde positivamente alle nostre richieste, che noi riteniamo essenziali, assolute, ragionevoli che siano per noi, per i nostricari o per la nostra Chiesa. Ma, come scrive Dietrich Bonhoeffer dal carcere,“Dio non esaudisce tutti i nostri desideri, ma realizza le sue promesse”.
La promessa di Dio si è realizzata in Gesù: la promessa della nostra salvezza immeritata, la promessa
che Dio non ci abbandona e ci ama proprio nel momento in cui lo meritiamo di meno, la promessa
di abitare con noi nella nuova Gerusalemme dove non ci sarà più la morte e la promessa che ogni steccato, discriminazione e distinzione che gli esseri umani si sono dati saranno superati dall’amore di Dio per ogni
sua creatura e per il suo Creato. Quindi in mezzo alle difficoltà della nostra vita, ai dolori, alla malattia, abbia una concreta speranza nella certezza che il nostro Dio è un Dio fedele, che si ricorda di ognuno ed ognuna di noi,che ci parla e non ci abbandona, se noi sappiamo metterci in ascolto della sua Parola e del suo Spirito.“Anche la nostra generazione è avida di miracoli, nella misura, direi, in cui scarseggia la sua fede” diceva, pochi giorni prima di morire, nella Domenicadelle Palme del 1970, il pastore Alberto Ricca, padre del teologo Paolo. E quel che valeva quarantaquattro anni fa a maggior ragione vale oggi, in que-
sta società dell’immagine estrema e della comunicazione iper-veloce, di internet, degli
smartphone e dei tablet, una società in cui si santifica un manager milionario come Steve Jobs e
ci si dimentica di Albert Schweitzer e di tanti altri silenziosi credenti che hanno testimoniato la fede
e aiutato gli altri, un paese dove campeggiano statue giganti di padre Pio e non si sanno più i fondamenti del cristianesimo.
Facciamo, quindi, in modo, che questa Pasqua sia un momento di preghiera, di riflessione, di condivisione e di vera gioia e non la solita fiera del consumo, dello spreco e delle convenzioni sociali.
Che sia una festa in cui stare meglio con se stessi, con Dio e con gli altri.
Andrea Panerini
da L’Araldo, circolare della Chiesa valdese di Milano, anno 90, numero 7, aprile 2014

“Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto”

Predicazione tenuta il 9 marzo 2014, prima domenica del Tempo della Passione, nella chiesa valdese di Milano

1 Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. 2 E, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. 3 E il tentatore, avvicinatosi, gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, ordina che queste pietre diventino pani». 4 Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di pane soltanto vivrà l’uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio”».
5 Allora il diavolo lo portò con sé nella città santa, lo pose sul pinnacolo del tempio, 6 e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; poiché sta scritto:
“Egli darà ordini ai suoi angeli a tuo riguardo,
ed essi ti porteranno sulle loro mani,
perché tu non urti con il piede contro una pietra”».
7 Gesù gli rispose: «È altresì scritto: “Non tentare il Signore Dio tuo”».
8 Di nuovo il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, dicendogli: 9 «Tutte queste cose ti darò, se tu ti prostri e mi adori». 10 Allora Gesù gli disse: «Vattene, Satana, poiché sta scritto: “Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto”».
11 Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli si avvicinarono a lui e lo servivano.

Matteo 4,1-11

Cari fratelli e care sorelle,
quante volte abbiamo letto ed ascoltato questo brano, che è il brano che è stato scelto fin dalla chiesa antica come narrazione di questa domenica che è chiamata Invocavit, la prima domenica di Quaresima o del Tempo della Passione! E quante volte abbiamo in realtà pensato che questo racconto sia una suggestione letteraria, una bella figura retorica, destrutturando il testo fino ad edulcorarlo completamente: una tentazione non reale ma costruita artificialmente, un digiuno che non è un esempio da seguire ma solo il residuo di una ebraicità di Gesù che diventa fastidiosa e storicamente datata.
In questo modo non solo neghiamo la vera storicità del testo ma anche depotenziamo la Scrittura, ed è stato questo il limite di molte teologie liberali, riducendola a un catenaccio in cui l’uomo moderno può inserire quasi tutto quello che vuole fino a costruirsi un Dio a propria immagine e somiglianza, fino a vedere il Cristo che noi vogliamo vedere e non quello che è era, che è e che sarà, testimoniato dalla Scrittura e continuamente portato a noi dallo Spirito Santo. Il tentatore non esiste, Gesù ebbe le allucinazioni nel deserto! L’autore del Vangelo di Matteo vuole dire altro, scrive questo episodio, che non è storico, per uno scopo morale che non è più molto attuale… e potrei andare avanti con molte di queste interpretazioni “liberali”, “moderne”, “critiche” che in realtà non sono affatto critiche né storiche ma che ignorano sia il soggetto della narrazione (Gesù, il Cristo, il Salvatore dell’umanità) che, appunto, il fatto che Gesù fosse un uomo pienamente inserito nel suo contesto storico.

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“Perciò, rinfrancate le mani cadenti e le ginocchia vacillanti”

Chiesa battista di Teatro Valle, 19 gennaio 2014, seconda domenica dopo l’Epifania

Perciò, rinfrancate le mani cadenti
e le ginocchia vacillanti;
fate sentieri diritti per i vostri passi, affinché quel che è zoppo non esca fuori di strada, ma piuttosto guarisca. Impegnatevi a cercare la pace con tutti e la santificazione senza la quale nessuno vedrà il Signore; vigilando bene che nessuno resti privo della grazia di Dio; che nessuna radice velenosa venga fuori a darvi molestia e molti di voi ne siano contagiati; che nessuno sia fornicatore, o profano, come Esaù che per una sola pietanza vendette la sua primogenitura. Infatti sapete che anche più tardi, quando volle ereditare la benedizione, fu respinto, sebbene la richiedesse con lacrime, perché non ci fu ravvedimento.
Voi non vi siete avvicinati al monte che si poteva toccare con mano, e che era avvolto nel fuoco, né all’oscurità, né alle tenebre, né alla tempesta, né allo squillo di tromba, né al suono di parole, tale che quanti l’udirono supplicarono che più non fosse loro rivolta altra parola; perché non potevano sopportare quest’ordine: «Se anche una bestia tocca il monte sia lapidata». Tanto spaventevole era lo spettacolo, che Mosè disse: «Sono spaventato e tremo». Voi vi siete invece avvicinati al monte Sion, alla città del Dio vivente, la Gerusalemme celeste, alla festante riunione delle miriadi angeliche, all’assemblea dei primogeniti che sono scritti nei cieli, a Dio, il giudice di tutti, agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, il mediatore del nuovo patto e al sangue dell’aspersione che parla meglio del sangue d’Abele. Badate di non rifiutarvi d’ascoltare colui che parla; perché se non scamparono quelli, quando rifiutarono d’ascoltare colui che promulgava oracoli sulla terra, molto meno scamperemo noi, se voltiamo le spalle a colui che parla dal cielo

Ebrei 12,12-25

Cari fratelli e care sorelle,
com’è bello stare in comunità! Com’è bello stare tutti insieme, in mezzo a una chiesa in cui i membri sono assidui al culto, agli studi biblici, solerti nelle contribuzioni. Una chiesa i cui membri evangelizzano a scuola, sul luogo di lavoro, nelle occasioni di sport e di divertimento e non si vergognano di dirsi evangelici davanti a tutti. Dove c’è considerazione, stima e amore fraterno verso tutti e tutte, non ci sono pettegolezzi e malignità ma si rivaleggia solo nel portare gloria al nome benedetto di Dio. Com’è bello stare in comunità! Peccato che questa comunità esista solo nella mia mente, come in quella di alcuni altri credenti e nelle esortazioni dell’apostolo Paolo ma di questa comunità, in concreto, non si vedono spesso che sbiaditi frammenti.

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“Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore”

Predicazione tenuta il 4 agosto 2013 a Vicenza

Uno degli scribi che li aveva uditi discutere, visto che egli aveva risposto bene, si avvicinò e gli domandò: «Qual è il più importante di tutti i comandamenti?» Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele: Il Signore, nostro Dio, è l’unico Signore. Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua”. Il secondo è questo: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è nessun altro comandamento maggiore di questi». Lo scriba gli disse: «Bene, Maestro! Tu hai detto secondo verità, che vi è un solo Dio e che all’infuori di lui non ce n’è alcun altro; e che amarlo con tutto il cuore, con tutto l’intelletto, con tutta la forza, e amare il prossimo come se stesso, è molto più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Gesù, vedendo che aveva risposto con intelligenza, gli disse: «Tu non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno osava più interrogarlo.

Marco 12,28-34

Cari fratelli e care sorelle,
generazioni di cristiani si sono sempre domandati qual’è il vero centro, il cuore pulsante dell’Evangelo. Eccolo il cuore del messaggio di tutta la Scrittura, di tutta la storia d’amore tra Dio e noi: in questi due brevi comandamenti si racchiude tutto ciò che Dio vuole da noi. Il passo, molto breve, contiene in realtà due detti autorevoli di Gesù. Uno, al versetto 34, tu non sei lontano dal Regno di Dio, occupa il posto culminante in un tipico racconto di pronunciamento, dove Gesù, in un dialogo si esprime giudicando. Ma il detto maggiormente denso e pregnante è il detto che Gesù fa della Legge nella forma del duplice comandamento. In questo Gesù si rivela, ed è tipico di Marco, nel suo ruolo di Maestro: tutte le fazioni giudaiche a lui ostili lo chiamano “maestro” e anche in questo passo lo scriba che gli pone il quesito lo appella in questo modo. La stessa domanda era tipica nell’ambiente ebraico come mezzo per cogliere l’indirizzo fondamentale della mentalità e dell’insegnamento di un rabbi. Nel Talmud babilonese è raccontato che Hillel il Vecchio (vissuto a cavallo tra il I secolo a.C. ed il I sec. d.C) quanto un pagano lo sfidò dicendogli: insegnami l’intera Torah stando su un piede solo, rispose: ciò che non vuoi sia fatto a te, non farlo al tuo prossimo: questa è tutta la Torah, il resto è solo commento; va’ e impara.

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La gioia che conduce al Regno di Dio

Predicazione tenuta nella Chiesa metodista di Vicenza il 28 luglio 2013

«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo, che un uomo, dopo averlo trovato, nasconde; e, per la gioia che ne ha, va e vende tutto quello che ha, e compra quel campo.
«Il regno dei cieli è anche simile a un mercante che va in cerca di belle perle; e, trovata una perla di gran valore, se n’è andato, ha venduto tutto quello che aveva, e l’ha comperata.

Matteo 13,44-46

Cari fratelli e care sorelle,
avete mai desiderato possedere davvero una cosa talmente tanto da mettervi a piangere di felicità quando l’avete ottenuta? Avete mai voluto che un avvenimento potesse rendersi reale da sacrificare tutta la vostra vita e i vostri averi per esso? Perché è di questo che il Vangelo di Matteo ci parla oggi. Il possesso non è un possesso materiale su questa terra dove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano (6,19) ma il l’entrata nel Regno dove costituire un tesoro dove né tignola né ruggine consumano, e dove i ladri non scassinano né rubano. Perché dov’è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore. (6,20-21)
Come quelle del grano di senape e del lievito (vv. 31-33), anche queste due parabole formano una coppia. Esse illustrano il valore incomparabile, superiore ad ogni cosa terrena, del Regno di Dio, tale che l’uomo, il quale l’ha conosciuto, con gioia rinuncia a tutto quello che possiede. Non si deve vedere in questo testo, come prima cosa, un duro incitamento all’eroico sacrificio per amore del Regno di Dio ma il pensiero che il Regno di Dio è la sintesi di ogni gioia, la felicità suprema per l’uomo.

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«Credi nel Signore Gesù, e sarai salvato tu e la tua famiglia»

Predicazione tenuta il 12 maggio 2013 nella Chiesa valdese di Firenze

Mentre andavamo al luogo di preghiera, incontrammo una serva posseduta da uno spirito di divinazione. Facendo l’indovina, essa procurava molto guadagno ai suoi padroni. Costei, messasi a seguire Paolo e noi, gridava: «Questi uomini sono servi del Dio altissimo, e vi annunciano la via della salvezza». Così fece per molti giorni; ma Paolo, infastidito, si voltò e disse allo spirito: «Io ti ordino, nel nome di Gesù Cristo, che tu esca da costei». Ed egli uscì in quell’istante. I suoi padroni, vedendo che la speranza del loro guadagno era svanita, presero Paolo e Sila e li trascinarono sulla piazza davanti alle autorità; e, presentatili ai pretori, dissero: «Questi uomini, che sono Giudei, turbano la nostra città, e predicano riti che a noi Romani non è lecito accettare né praticare». La folla insorse allora contro di loro; e i pretori, strappate loro le vesti, comandarono che fossero battuti con le verghe. E, dopo aver dato loro molte vergate, li cacciarono in prigione, comandando al carceriere di sorvegliarli attentamente. Ricevuto tale ordine, egli li rinchiuse nella parte più interna del carcere e mise dei ceppi ai loro piedi.
Verso la mezzanotte Paolo e Sila, pregando, cantavano inni a Dio; e i carcerati li ascoltavano. A un tratto, vi fu un gran terremoto, la prigione fu scossa dalle fondamenta; e in quell’istante tutte le porte si aprirono, e le catene di tutti si spezzarono. Il carceriere si svegliò e, vedute tutte le porte del carcere spalancate, sguainò la spada per uccidersi, pensando che i prigionieri fossero fuggiti. Ma Paolo gli gridò ad alta voce: «Non farti del male, perché siamo tutti qui». Il carceriere, chiesto un lume, balzò dentro e, tutto tremante, si gettò ai piedi di Paolo e di Sila; poi li condusse fuori e disse: «Signori, che debbo fare per essere salvato?» Ed essi risposero: «Credi nel Signore Gesù, e sarai salvato tu e la tua famiglia». Poi annunciarono la Parola del Signore a lui e a tutti quelli che erano in casa sua. Ed egli li prese con sé in quella stessa ora della notte, lavò le loro piaghe e subito fu battezzato lui con tutti i suoi. Poi li fece salire in casa sua, apparecchiò loro la tavola, e si rallegrava con tutta la sua famiglia, perché aveva creduto in Dio. Fattosi giorno, i pretori mandarono i littori a dire: «Libera quegli uomini».

Atti 16,16-35

Cari fratelli e care sorelle,
«Questi uomini sono servi del Dio altissimo, e vi annunciano la via della salvezza» urla a pieni polmoni la schiava indemoniata. La salvezza, cioè la vera libertà. Ma che cos’è la libertà? Lo sappiamo veramente oggi noi? Lo sapevamo venti secoli fa a Filippi?
Paolo e Sila stavano andando al luogo di preghiera quando vennero avvicinati, appunto, da questa giovane schiava. La ragazza poteva predire il futuro, perciò guadagnava molto denaro per i suoi padroni e costoro la affittavano perché leggesse la palma delle mani e per il divertimento delle riunioni d’affari e di “feste raffinate”, come si dice oggi. Era posseduta da un demonio, mentalmente instabile diremmo noi. Paolo ne ha abbastanza, giorno dopo giorno, dei vaneggiamenti della giovane donna, è infastidito, probabilmente ne ha anche compassione, e nel nome del Cristo la guarisce.

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“Il mondo li ha odiati”

Predicazione tenuta da Andrea Panerini la Domenica delle Palme 2013 nella Chiesa valdese di Perugia

Gesù disse queste cose; poi, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, l’ora è venuta; glorifica tuo Figlio, affinché il Figlio glorifichi te, giacché gli hai dato autorità su ogni carne, perché egli dia vita eterna a tutti quelli che tu gli hai dati. Questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sulla terra, avendo compiuto l’opera che tu mi hai data da fare. Ora, o Padre, glorificami tu presso di te della gloria che avevo presso di te prima che il mondo esistesse. Io ho manifestato il tuo nome agli uomini che tu mi hai dati dal mondo; erano tuoi e tu me li hai dati; ed essi hanno osservato la tua parola. Ora hanno conosciuto che tutte le cose che mi hai date, vengono da te; poiché le parole che tu mi hai date le ho date a loro; ed essi le hanno ricevute e hanno veramente conosciuto che io sono proceduto da te, e hanno creduto che tu mi hai mandato. Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per quelli che tu mi hai dati, perché sono tuoi; e tutte le cose mie sono tue, e le cose tue sono mie; e io sono glorificato in loro. Io non sono più nel mondo, ma essi sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, conservali nel tuo nome, quelli che tu mi hai dati, affinché siano uno, come noi. Mentre io ero con loro, io li conservavo nel tuo nome; quelli che tu mi hai dati, li ho anche custoditi, e nessuno di loro è perito, tranne il figlio di perdizione, affinché la Scrittura fosse adempiuta. Ma ora io vengo a te; e dico queste cose nel mondo, affinché abbiano compiuta in se stessi la mia gioia. Io ho dato loro la tua parola; e il mondo li ha odiati, perché non sono del mondo, come io non sono del mondo. Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Santificali nella verità: la tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anch’io ho mandato loro nel mondo. Per loro io santifico me stesso, affinché anch’essi siano santificati nella verità.

Giovanni 17,1-19

Cari fratelli e care sorelle,
siamo un paese dove si prega tutto e tutti tranne il Signore. Santi, madonne, padre pio vengono prima del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Il paganesimo, il mascherare un politeismo strisciante con queste pratiche definite “devozionali” ha finito per oscurare la preghiera all’unico Signore dell’universo. Reliquie, madonne che piangono, statue e dipinti rutilanti sarebbero parificate alla preghiera che con cuore umile e umiliato poniamo di fronte a Dio nella consapevolezza del nostro peccato.
In questo brano Giovanni riporta – ovviamente rielaborata secondo la sua particolare teologia – la preghiera che Gesù indirizza al Padre prima che si compia la Passione. Come Mosè nel libro del Deuteronomio conclude il suo discorso con una preghiera di benedizione, così Gesù, in occasione del commiato dai suoi discepoli, riassume la sua opera in questa preghiera e a partire da David Cytreus (1531-1600) essa è definita “sacerdotale”: in essa Gesù dimostra di essere sommo sacerdote che intercede per i suoi discepoli. Gesù è l’unico che intercede e può intercedere per noi, è lui il nostro sommo sacerdote, il nostro rifugio: non esistono né statue di santi e madonne che sono in grado di avere la funzione che il Cristo, nostro unico mediatore, solo può avere. E nel rapportarsi a queste superstizioni non possiamo che ricordare i versi del salmista: i loro idoli sono argento e oro, opera delle mani dell’uomo. / Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, / hanno orecchi e non odono, hanno naso e non odorano, / hanno mani e non toccano, hanno piedi e non camminano, la loro gola non emette alcun suono. / Come loro sono quelli che li fanno, tutti quelli che in essi confidano. / Israele, confida nel SIGNORE! Egli è il loro aiuto e il loro scudo. (Salmo 115,4-9)
Nella tradizione cattolica Maria, la madre di Gesù, è stata divinizzata e posta come mediatrice nei confronti del Figlio in quanto riuscirebbe a “placarlo”, a intercedere per i nostri peccati di fronte a un Cristo giudice implacabile è severo. E’ questa l’immagine che deriva dalla Scrittura? Certo che no! Dove vedete, anche in questo testo, proprio in questo testo, un Gesù implacabile? E’ un Signore misericordioso che intercede per i propri discepoli e che prega per loro, un Signore d’amore che si farà mettere in croce per riscattare l’umanità dai suoi peccati, per dare speranza, il Cristo che perdona i suoi aguzzini in mezzo alla propria agonia.

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