“Chi ama Dio ami anche suo fratello”

Predicazione tenuta il 14 luglio a Vicenza

Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio e chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato per noi l’amore di Dio: che Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo affinché, per mezzo di lui, vivessimo. In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati. Carissimi, se Dio ci ha tanto amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e il suo amore diventa perfetto in noi. Da questo conosciamo che rimaniamo in lui ed egli in noi: dal fatto che ci ha dato del suo Spirito. E noi abbiamo veduto e testimoniamo che il Padre ha mandato il Figlio per essere il Salvatore del mondo. Chi riconosce pubblicamente che Gesù è il Figlio di Dio, Dio rimane in lui ed egli in Dio. Noi abbiamo conosciuto l’amore che Dio ha per noi, e vi abbiamo creduto. Dio è amore; e chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui. In questo l’amore è reso perfetto in noi: che nel giorno del giudizio abbiamo fiducia, perché qual egli è, tali siamo anche noi in questo mondo. Nell’amore non c’è paura; anzi, l’amore perfetto caccia via la paura, perché chi ha paura teme un castigo. Quindi chi ha paura non è perfetto nell’amore. Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo.
Se uno dice: «Io amo Dio», ma odia suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto. Questo è il comandamento che abbiamo ricevuto da lui: che chi ama Dio ami anche suo fratello.

1 Giovanni 4,7-21

La scorsa estate, a San Vincenzo, in provincia di Livorno, in Toscana. Ha lottato con tutte le sue forze contro il mare che voleva portargli via i suoi tre figli. Li ha strappati da quelle onde violente, che rischiavano di sommergerli, trascinandoli in un inferno d’acqua senza possibilità di ritorno. Ma quella battaglia combattuta con incredibile coraggio lo ha stremato: così un padre di 42 anni è morto, annegato. La vittima si chiamava Samuel Rubin ed era un allevatore svizzero ed era arrivato qualche giorno prima in Toscana per trascorrere una breve vacanza, insieme alla sua famiglia: la moglie e cinque figli, di età compresa tra i tre e i quattordici anni. Pochi minuti di divertimento e si sono trovati subito in difficoltà. Il mare era molto agitato e i piccoli hanno cominciato ad annaspare, chiedendo aiuto. Probabilmente la corrente aveva scavato delle buche che hanno reso insidioso anche il fondale a pochi metri dalla riva. Il padre ha compreso subito la portata del pericolo e non ha avuto un attimo di esitazione. Si è tuffato in acqua e ha cominciato a nuotare, senza risparmiarsi. Li ha messi in salvo tutti e tre, facendo la spola tra la spiaggia, dove la moglie lo aspettava, insieme ai figli più piccoli, e quel mare che, a un tratto, aveva cambiato aspetto, rivelando un volto estremamente minaccioso. E quando ormai sembrava riuscito nell’impresa, le forze lo hanno improvvisamente abbandonato e non è riuscito più a tornare indietro.
Cari fratelli, care sorelle,
cosa significare “amare”? Il racconto del padre che salva i propri figli offrendo la propria vita per la loro è sicuramente un racconto di amore che tuttavia ci può disorientare ed esula dalla comune visione romantica, ottocentesca, di amore. Dal comune sentire di vari sanvalentini, baciperugina, cuoricini e da tutta la retorica commerciale che ogni anno dobbiamo sopportare sull’amore o meglio sullo pseudo-amore che va tanto di moda oggi. In questa visione il padre che salva i propri figli che rischiano di annegare è una visione di eroismo, di santità straordinaria, non di amore alla portata di tutti. E invece no: è quello il vero amore di ogni giorno, è quello l’amore di cui ci parla oggi la Parola di Dio.

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Meditazioni del Venerdì Santo

Venerdì Santo, 29 marzo 2013 – Chiesa metodista di Terni

Marco 15,1-47

La mattina presto, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, tenuto consiglio, legarono Gesù, lo portarono via e lo consegnarono a Pilato. Pilato gli domandò: «Sei tu il re dei Giudei?» Gesù gli rispose: «Tu lo dici». I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose; e Pilato di nuovo lo interrogò dicendo: «Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!» Ma Gesù non rispose più nulla; e Pilato se ne meravigliava. Ogni festa di Pasqua Pilato liberava loro un carcerato, quello che la folla domandava. Vi era allora in prigione un tale, chiamato Barabba, insieme ad alcuni ribelli, i quali avevano commesso un omicidio durante una rivolta. La folla, dopo essere salita da Pilato, cominciò a chiedergli che facesse come sempre aveva loro fatto. E Pilato rispose loro: «Volete che io vi liberi il re dei Giudei?» Perché sapeva che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. Ma i capi dei sacerdoti incitarono la folla a chiedere che piuttosto liberasse loro Barabba. Pilato si rivolse di nuovo a loro, dicendo: «Che farò dunque di colui che voi chiamate il re dei Giudei?» Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!» Pilato disse loro: «Ma che male ha fatto?» Ma essi gridarono più forte che mai: «Crocifiggilo!» Pilato, volendo soddisfare la folla, liberò loro Barabba; e consegnò Gesù, dopo averlo flagellato, perché fosse crocifisso. Allora i soldati lo condussero nel cortile interno, cioè dentro il pretorio, e radunarono tutta la coorte. Lo vestirono di porpora e, dopo aver intrecciata una corona di spine, gliela misero sul capo, e cominciarono a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!» E gli percotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, mettendosi in ginocchio, si prostravano davanti a lui. Dopo averlo schernito, lo spogliarono della porpora, lo rivestirono delle sue vesti e lo condussero fuori per crocifiggerlo.

Lo stesso popolo che pochi giorni prima ha osannato Gesù alla porta della città di Gerusalemme  ora gli urla contro “Crocifiggilo!”. Pilato cerca di rilasciarlo, non trova alcun male in lui. “Ma che male vi ha fatto?” risponde alla folla. Non ha tuttavia il coraggio di liberarlo, di portare fino in fondo le sue convinzioni. Quante volte ci comportiamo anche noi come Pilato, sappiamo quello che dovremmo fare ma non abbiamo il coraggio di farlo per paura di perdere la nostra comodità, il nostro stile di vita, la nostra tranquillità, a volte anche l’incolumità fisica? Quante volte le nostre chiese sono state incapaci di aiutare e di predicare l’Evangelo?
La folla è eccitata, brama sangue, è deluso da questo messia che non è venuto a liberarli dall’occupazione romana, che non è venuto a promettergli mirabolanti “miracoli economici”, che non soddisfa i loro bisogni materiali ma che promette la giustizia di un mondo nuovo, del Regno di Dio che viene dove “Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate.” (Ap. 21,4)
Ma l’uomo, chiuso nel suo peccato e nella disobbedienza nei confronti di Dio, rifiuta questa prospettiva, rifiuta il Figlio che viene a offrire il Regno e lo mette sulla croce. La divinità che vuole adorare è d’oro e d’argento, è muta e si chiama denaro, mercato, produttività. E’ una divinità falsa che tuttavia pretende il suo tributo di sangue umano nei suicidi, nella mancanza di sicurezza sul posto di lavoro, nello sfruttamento nel nord ricco del mondo rispetto al sud ricchissimo di materie prime e povero di giustizia.  
“Crocifiggilo!” è un urlo che risuona anche oggi verso un messaggio che il mondo rigetta e rifiuta, che non può comprendere perché gli è estraneo.

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Cristo è risorto ma non è ancora tornato

Predicazione tenuta da Andrea Panerini il 15 aprile 2012 nella Chiesa metodista di Roma

Siete stati con lui sepolti nel battesimo, nel quale siete anche stati risuscitati con lui mediante la fede nella potenza di Dio che lo ha risuscitato dai morti. Voi, che eravate morti nei peccati e nella incirconcisione della vostra carne, voi, dico, Dio ha vivificati con lui, perdonandoci tutti i nostri peccati; egli ha cancellato il documento a noi ostile, i cui comandamenti ci condannavano, e l’ha tolto di mezzo, inchiodandolo sulla croce; ha spogliato i principati e le potenze, ne ha fatto un pubblico spettacolo, trionfando su di loro per mezzo della croce.

Colossesi 2,12-15

Cari fratelli e care sorelle,
Cristo è risorto ma non è ancora tornato. Nemmeno quest’anno, nemmeno questa Pasqua Cristo è tornato: è risorto, è sempre con noi ma non è ancora tornato. Sembra un’affermazione scontata: se anche questo culto riesce a tenersi è perché il Signore non è ancora tornato, se fosse tornato non ci sarebbe più bisogno né di chiesa né di culto: “Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio. Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate” (Apocalisse 21,3-4). Noi possiamo solo dire “non ancora” è tornato, ma tornerà: se non abbiamo fede in questo tutto è vano, inutile, superfluo. C’è però un “già ora”. Il “già ora” è l’ora della Chiesa pellegrina, in cammino in un mondo ostile e pagano oppure soggiogata dalle potenze demoniache del mondo stesso, è il “già ora” che deve essere contro i principati e le potenze, il “già ora” della nostra incredulità e indifferenza che non ci impedisce di avere speranza nella nostra redenzione.

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“Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!”

Predicazione tenuta il 22 aprile 2011 (Venerdì Santo) nella Chiesa metodista di Roma

Quando furono giunti al luogo detto «il Teschio», vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Poi divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Il popolo stava a guardare. E anche i magistrati si beffavano di lui, dicendo: «Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo, l’Eletto di Dio!» Pure i soldati lo schernivano, accostandosi, presentandogli dell’aceto e dicendo: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!» Vi era anche questa iscrizione sopra il suo capo: QUESTO È IL RE DEI GIUDEI.
Uno dei malfattori appesi lo insultava, dicendo: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!» Ma l’altro lo rimproverava, dicendo: «Non hai nemmeno timor di Dio, tu che ti trovi nel medesimo supplizio? Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni; ma questi non ha fatto nulla di male». E diceva: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno!» Ed egli gli disse: «Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso».

Luca 23,33-43

“Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!”. Cari fratelli e care sorelle, non è forse questo l’interrogativo che segretamente ci poniamo ogni volta che leggiamo la passione di Gesù e la sua  orribile morte? Anche a noi spesso, nei dolori e nelle gioie della nostra quotidianità, sembra una fine ingloriosa, terribile e gratuita. Dio non avrebbe potuto rivelarsi al mondo in maniera più spettacolare e incruenta? A parte l’ovvia obiezione di come l’uomo possa sindacare l’azione di Dio, mi appare significativa la risposta che dà Karl Barth nel suo scritto “L’umanità di Dio”: Dio è stato l’uomo reale, dal cui cammino avevamo deviato. Dio stesso ha con ciò pronunciato la parola di perdono, la parola del nuovo comandamento, la parola della resurrezione della carne e della vita eterna. Essendo Dio l’uomo “reale” egli ha assunto su di sé anche la realtà del dolore e della morte causata dalla disobbedienza dell’uomo stessa nella caduta della creazione descritta in Genesi 3.

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Quella croce significa che dopo ogni nostra caduta ci rialzeremo

Breve meditazione su Marco 15 letta durante il culto del Venerdì Santo del 2008 nella Chiesa valdese di Firenze

Eloì, eloì lamà sabactani? Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Dei pochi versetti che ho appena letto, e il Signore benedica la loro lettura, questo è quello che sempre più mi ha colpito, fin da bambino. Il Figlio di Dio, perfettamente consapevole del suo ruolo e della sua predestinazione al supplizio, al sacrificio per prendere su di sé il dolore e il peccato dell’umanità, sulla croce avrebbe avuto paura? Certo, l’angoscia e la paura caratterizzano il Signore anche in altri parti della Scrittura. Nel capitolo 14 dello stesso vangelo di Marco, Cristo chiede al Padre se è possibile allontanare l’amaro calice che sta per bere. Ma l’intensità di questo versetto è di una angoscia e di una violenza grande. Sì, Gesù in croce ha avuto paura, umanamente ha sentito un dolore straziante e ha invocato il Padre, lo ha chiamato domandandogli perché lo avesse abbandonato. Qui è presente la vera e profonda umanità di Cristo, un Dio che si è fatto uomo e che ha scelto di soffrire per amore degli uomini e delle donne, un Dio che si può rappresentare in un uomo che soffre, in una delle vittime dell’olocausto, in un malato terminale di Aids, in una vittima della mancata sicurezza sui posti di lavoro, in un omosessuale o transessuale che viene ucciso, in una donna che viene violentata. Lì è presente l’immagine di Gesù che muore in croce. In Cristo si riassume il grido di angoscia e di paura dell’umanità sofferente in tutti i tempi e in Lui questa umanità però trova consolazione e speranza perché egli si è immolato per noi e non desidera che noi soffriamo. Continueremo ad essere peccatori e a cadere, ma quella croce significa che dopo ogni nostra caduta ci rialzeremo e anche quando ci addormenteremo nella morte avremo la speranza di risorgere con il Padre. Amen.

Andrea Panerini