“Non rendete a nessuno male per male”

Predicazione tenuta il 13 luglio 2014 nella Chiesa valdese di Milano

pace17 Non rendete a nessuno male per male. Impegnatevi a fare il bene davanti a tutti gli uomini. 18 Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini. 19 Non fate le vostre vendette, miei cari, ma cedete il posto all’ira di Dio; poiché sta scritto: «A me la vendetta; io darò la retribuzione», dice il Signore. 20 Anzi, «se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere; poiché, facendo così, tu radunerai dei carboni accesi sul suo capo». 21 Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene.

Romani 12,17-21

Cari fratelli e care sorelle,
in questo brano viene esposto il dovere più difficile della carità cristiana: quello che riguarda i nemici, siano essi cristiani o non cristiani. Non rendete a nessuno male per male. Già nel v. 14 (Benedite quelli che vi perseguitano. Benedite e non maledite…), Paolo ha fatto cenno dei persecutori; ma quelli possono non essere nemici personali. Qui viene alla condotta da tenere verso i nemici personali. Il dovere ha due gradi cioè in primo luogo non render male per male e poi rendere anzi bene per male, ch’è il maggior trionfo dell’amore cristiano. Anziché pensare a ricambiare il male col male, il cristiano deve preoccuparsi delle cose  che vanno alla pace, tenendo al cospetto di tutti gli uomini una condotta irreprensibile e pacifica, che riproduca l’esempio del Maestro. Così non darà, per colpa sua, occasione ad inimicizia e ad offese. Non sarà sempre possibile, poiché non potrà impedire che l’altro gli sia nemico, ma, dice l’Apostolo, se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini. I discepoli di Gesù, noi che siamo radunati in questa Chiesa per ascoltare la Parola, non devono dare occasione a rotture, né invelenirle se avvengono, ma adoperarsi ad evitarle ed a sanarle: poiché sono chiamati ad essere «figli di pace» e «facitori di pace» come è scritto in Matteo 5,9: Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Se non dipende da noi il condurre il prossimo a disposizioni pacifiche verso di noi ma dalla Grazia divina che provoca il ravvedimento in noi e nell’altro, dipende da noi invocare Dio che ci dia sempre la disposizione di sapere in ognimomento fare la pace. Ed è per questo che Gesù ci esorta dicendo: se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra (Matteo 5,39) perché la nostra vanità e amor proprio sia umiliato a favore della pace e della concordia. Ed è una Parola che non si lascia addomesticare dai nostri tentativi di addomesticarla e di relativizzarla, poiché come discepoli dell’unico Maestro è nostro obbligo seguirlo e cercare di imitarli, pur immersi nel nostro peccato.

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“Anche Cristo vi ha accolti”

Predicazione tenuta il 16 maggio 2014 a Bergamo in occasione della Veglia contro l’omofobia

Il Dio della pazienza e della consolazione vi conceda di aver tra di voi un medesimo sentimento secondo Cristo Gesù,  affinché di un solo animo e d’una stessa bocca glorifichiate Dio, il Padre del nostro Signore Gesù Cristo. Perciò accoglietevi gli uni gli altri, come anche Cristo vi ha accolti per la gloria di Dio.

Romani 15,5-7

Cari fratelli e care sorelle,
stasera non siamo qui per un’abitudine o per far vedere quanto siamo “politicamente corretti”. Stasera siamo qui per predicare l’Evangelo a questa città. Non siamo qui stasera per fare dell’ideologia, ma per porci in ascolto della Parola di Dio. Non siamo qui stasera solo per piangere ma per ricordare chi ha sofferto perché diverso dagli altri, diverso da una presunta normale, chi ha sofferto per testimoniare Cristo e il suo amore e nel tempo stesso per gioire per il messaggio che l’Evangelo ci dà, un messaggio di accoglienza, speranza e amore per tutti e tutte.
«Viene il giorno in cui sarà forse impossibile parlare apertamente, ma noi pregheremo, faremo ciò che è giusto, il tempo di Dio verrà» scriveva dal carcere Dietrich Bonhoeffer poco prima di essere giustiziato dai nazisti. Gli stessi nazisti – o persone che si presumono tali – che qui a Bergamo e a Roma hanno offeso e imbrattato le nostre chiese, schernito gli omosessuali e i transessuali, volendo metterci paura, volendo intimidirci, farci desistere da questa nostra testimonianza. Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia. Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio è grande nei cieli;
poiché così hanno perseguitato i profeti che sono stati prima di voi. (Mt 5,11-12) ha detto Gesù, il cammino per seguire le sue orme non è un letto di soffici piume ma è l’arduo sentiero della coerenza e della dignità di ogni singolo essere umano in un mondo che disprezza, discrimina, sfrutta e che adora solo il vitello d’oro, l’idolo del successo, del profitto, dell’omologazione. E noi siamo qui a dire qualcosa che non è nella logica del mondo, ma è contro il mondo, contro la tradizione, contro le mentalità radicate, contro una religiosità pagana che ci circonda. Chi confida nell’amore di Dio non ha paura né di queste cose né di offese ed atti ancora più gravi perché è nella speranza, anzi nella certezza che il tempo di Dio verrà e sa che l’amore non può che sopraffare l’odio e gli steccati che gli esseri umani si costruiscono.

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«Io non mi dimenticherò di te»

Predicazione di Andrea Panerini presso la Chiesa metodista di Terni 1° gennaio 2014

Esultate, cieli,
e tu, terra, festeggia!
Prorompete in grida di gioia, monti,
poiché il SIGNORE consola il suo popolo
e ha pietà dei suoi afflitti.
Ma Sion ha detto: «Il SIGNORE mi ha abbandonata,
il Signore mi ha dimenticata».
Una donna può forse dimenticare il bimbo che allatta,
smettere di avere pietà del frutto delle sue viscere?
Anche se le madri dimenticassero,
io non mi dimenticherò di te.
Ecco, io ti ho scolpita sulle palme delle mie mani;
le tue mura mi stanno sempre davanti agli occhi.

Isaia 49,13-16

Cari fratelli e care sorelle,
noi ci sentiamo abbandonati! Abbandonati dal coniuge, dai figli, dai genitori, dagli altri, dai colleghi, da Dio. Anche se razionalmente sappiamo di non esserlo oppure non lo diremmo mai per paura di offendere l’altro/a siamo sempre nella sensazione di abbandono, quasi dentro una ingordigia di relazione, di bisogno di continue attenzioni e il risultato di tutta questa bramosia è che ci isoliamo ancora di più acuendo, in un circolo vizioso, la propria solitudine.

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“Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore”

Predicazione tenuta il 4 agosto 2013 a Vicenza

Uno degli scribi che li aveva uditi discutere, visto che egli aveva risposto bene, si avvicinò e gli domandò: «Qual è il più importante di tutti i comandamenti?» Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele: Il Signore, nostro Dio, è l’unico Signore. Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua”. Il secondo è questo: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è nessun altro comandamento maggiore di questi». Lo scriba gli disse: «Bene, Maestro! Tu hai detto secondo verità, che vi è un solo Dio e che all’infuori di lui non ce n’è alcun altro; e che amarlo con tutto il cuore, con tutto l’intelletto, con tutta la forza, e amare il prossimo come se stesso, è molto più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Gesù, vedendo che aveva risposto con intelligenza, gli disse: «Tu non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno osava più interrogarlo.

Marco 12,28-34

Cari fratelli e care sorelle,
generazioni di cristiani si sono sempre domandati qual’è il vero centro, il cuore pulsante dell’Evangelo. Eccolo il cuore del messaggio di tutta la Scrittura, di tutta la storia d’amore tra Dio e noi: in questi due brevi comandamenti si racchiude tutto ciò che Dio vuole da noi. Il passo, molto breve, contiene in realtà due detti autorevoli di Gesù. Uno, al versetto 34, tu non sei lontano dal Regno di Dio, occupa il posto culminante in un tipico racconto di pronunciamento, dove Gesù, in un dialogo si esprime giudicando. Ma il detto maggiormente denso e pregnante è il detto che Gesù fa della Legge nella forma del duplice comandamento. In questo Gesù si rivela, ed è tipico di Marco, nel suo ruolo di Maestro: tutte le fazioni giudaiche a lui ostili lo chiamano “maestro” e anche in questo passo lo scriba che gli pone il quesito lo appella in questo modo. La stessa domanda era tipica nell’ambiente ebraico come mezzo per cogliere l’indirizzo fondamentale della mentalità e dell’insegnamento di un rabbi. Nel Talmud babilonese è raccontato che Hillel il Vecchio (vissuto a cavallo tra il I secolo a.C. ed il I sec. d.C) quanto un pagano lo sfidò dicendogli: insegnami l’intera Torah stando su un piede solo, rispose: ciò che non vuoi sia fatto a te, non farlo al tuo prossimo: questa è tutta la Torah, il resto è solo commento; va’ e impara.

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“Chi ama Dio ami anche suo fratello”

Predicazione tenuta il 14 luglio a Vicenza

Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio e chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato per noi l’amore di Dio: che Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo affinché, per mezzo di lui, vivessimo. In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati. Carissimi, se Dio ci ha tanto amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e il suo amore diventa perfetto in noi. Da questo conosciamo che rimaniamo in lui ed egli in noi: dal fatto che ci ha dato del suo Spirito. E noi abbiamo veduto e testimoniamo che il Padre ha mandato il Figlio per essere il Salvatore del mondo. Chi riconosce pubblicamente che Gesù è il Figlio di Dio, Dio rimane in lui ed egli in Dio. Noi abbiamo conosciuto l’amore che Dio ha per noi, e vi abbiamo creduto. Dio è amore; e chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui. In questo l’amore è reso perfetto in noi: che nel giorno del giudizio abbiamo fiducia, perché qual egli è, tali siamo anche noi in questo mondo. Nell’amore non c’è paura; anzi, l’amore perfetto caccia via la paura, perché chi ha paura teme un castigo. Quindi chi ha paura non è perfetto nell’amore. Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo.
Se uno dice: «Io amo Dio», ma odia suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto. Questo è il comandamento che abbiamo ricevuto da lui: che chi ama Dio ami anche suo fratello.

1 Giovanni 4,7-21

La scorsa estate, a San Vincenzo, in provincia di Livorno, in Toscana. Ha lottato con tutte le sue forze contro il mare che voleva portargli via i suoi tre figli. Li ha strappati da quelle onde violente, che rischiavano di sommergerli, trascinandoli in un inferno d’acqua senza possibilità di ritorno. Ma quella battaglia combattuta con incredibile coraggio lo ha stremato: così un padre di 42 anni è morto, annegato. La vittima si chiamava Samuel Rubin ed era un allevatore svizzero ed era arrivato qualche giorno prima in Toscana per trascorrere una breve vacanza, insieme alla sua famiglia: la moglie e cinque figli, di età compresa tra i tre e i quattordici anni. Pochi minuti di divertimento e si sono trovati subito in difficoltà. Il mare era molto agitato e i piccoli hanno cominciato ad annaspare, chiedendo aiuto. Probabilmente la corrente aveva scavato delle buche che hanno reso insidioso anche il fondale a pochi metri dalla riva. Il padre ha compreso subito la portata del pericolo e non ha avuto un attimo di esitazione. Si è tuffato in acqua e ha cominciato a nuotare, senza risparmiarsi. Li ha messi in salvo tutti e tre, facendo la spola tra la spiaggia, dove la moglie lo aspettava, insieme ai figli più piccoli, e quel mare che, a un tratto, aveva cambiato aspetto, rivelando un volto estremamente minaccioso. E quando ormai sembrava riuscito nell’impresa, le forze lo hanno improvvisamente abbandonato e non è riuscito più a tornare indietro.
Cari fratelli, care sorelle,
cosa significare “amare”? Il racconto del padre che salva i propri figli offrendo la propria vita per la loro è sicuramente un racconto di amore che tuttavia ci può disorientare ed esula dalla comune visione romantica, ottocentesca, di amore. Dal comune sentire di vari sanvalentini, baciperugina, cuoricini e da tutta la retorica commerciale che ogni anno dobbiamo sopportare sull’amore o meglio sullo pseudo-amore che va tanto di moda oggi. In questa visione il padre che salva i propri figli che rischiano di annegare è una visione di eroismo, di santità straordinaria, non di amore alla portata di tutti. E invece no: è quello il vero amore di ogni giorno, è quello l’amore di cui ci parla oggi la Parola di Dio.

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Il Dio fedele

Predicazione tenuta nella Chiesa metodista di Roma il 31 luglio 2011

Infatti tu sei un popolo consacrato al SIGNORE tuo Dio. Il SIGNORE, il tuo Dio, ti ha scelto per essere il suo tesoro particolare fra tutti i popoli che sono sulla faccia della terra. Il SIGNORE si è affezionato a voi e vi ha scelti, non perché foste più numerosi di tutti gli altri popoli, anzi siete meno numerosi di ogni altro popolo, ma perché il SIGNORE vi ama: il SIGNORE vi ha fatti uscire con mano potente e vi ha liberati dalla casa di schiavitù, dalla mano del faraone, re d’Egitto, perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri. Riconosci dunque che il SIGNORE, il tuo Dio, è Dio: il Dio fedele, che mantiene il suo patto e la sua bontà fino alla millesima generazione verso quelli che lo amano e osservano i suoi comandamenti, ma a quelli che lo odiano rende immediatamente ciò che si meritano, e li distrugge; non rinvia, ma rende immediatamente a chi lo odia ciò che si merita. Osserva dunque i comandamenti, le leggi e le prescrizioni che oggi ti do, mettendoli in pratica. Se darete ascolto a queste prescrizioni, se le osserverete e le metterete in pratica, il SIGNORE, il vostro Dio, manterrà con voi il patto e la bontà che promise con giuramento ai vostri padri.

Deuteronomio 7,6-12

Mi ha sempre fatto riflettere la parola “santo”. Nel linguaggio comune del nostro paese, che è a maggioranza cattolica, “santo” è quella persona che costituisce un esempio straordinario per il popolo dei credenti e che ha ricevuto una “chiamata” particolare in virtù della quale, dopo la morte e in virtù del suo presunto esempio di vita, si trasforma in intercessore presso la divinità e, se guardiamo alla religiosità popolare del nostro territorio, in una semi-divinità che opera miracoli talvolta molto grotteschi. Molto spesso sono raffigurati in santini a volte di pregevole fattura artistica ma spesso in pose stereotipate dove non mancano gli sguardi estatici e gli abbellimenti retorici. Cari fratelli e care sorelle sarà forse per questo che ho sempre visto con molto sospetto questa parola e credo anche voi: non ci sono altri intercessori presso il Padre se non Gesù Cristo e non vi è davvero bisogno di altre divinità o surrogati pagani per placare l’ira divina. Questo riflesso antropologico e culturale rende più difficile entrare nella prospettiva di questo brano, ma noi dobbiamo scavare nella Scrittura affinché la Parola di Dio ci possa raggiungere e colpire con tutta la sua forza.

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“Prendete la completa armatura di Dio”

Predicazione tenuta il 24 ottobre 2010 nella Chiesa metodista di Roma in Via XX Settembre

Del resto, fortificatevi nel Signore e nella forza della sua potenza. Rivestitevi della completa armatura di Dio, affinché possiate star saldi contro le insidie del diavolo; il nostro combattimento infatti non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti. Perciò prendete la completa armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio, e restare in piedi dopo aver compiuto tutto il vostro dovere. State dunque saldi: prendete la verità per cintura dei vostri fianchi; rivestitevi della corazza della giustizia; mettete come calzature ai vostri piedi lo zelo dato dal vangelo della pace; prendete oltre a tutto ciò lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infocati del maligno. Prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio.

Efesini 6,10-17

Cari fratelli e care sorelle,
il testo che oggi il nostro lezionario segnala per la predicazione è, senza ombra di dubbio, uno dei più conosciuti e commentati del Nuovo Testamento oltre ad essere uno dei più suggestivi: il rischio, per il predicatore, è quello di dire un mucchio di banalità.
L’epistola agli Efesini, come saprete, è attribuita dalla critica moderna ad autore anonimo, con ogni probabilità della scuola che faceva riferimento allo stesso apostolo Paolo. Tratta un numero considerevole di argomenti circa la condotta dell’individuo cristiano e delle comunità.

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“Piego le ginocchia davanti al Padre”

Predicazione tenuta il 16 maggio 2010 nel Tempio valdese di Firenze in occasione del culto contro l’omofobia

Per questo motivo piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni famiglia nei cieli e sulla terra prende nome, affinché egli vi dia, secondo le ricchezze della sua gloria, di essere potentemente fortificati, mediante lo Spirito suo, nell’uomo interiore, e faccia sì che Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, perché, radicati e fondati nell’amore, siate resi capaci di abbracciare con tutti i santi quale sia la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo e di conoscere questo amore che sorpassa ogni conoscenza, affinché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio. Or a colui che può, mediante la potenza che opera in noi, fare infinitamente di più di quel che domandiamo o pensiamo, a lui sia la gloria nella chiesa, e in Cristo Gesù, per tutte le età, nei secoli dei secoli. Amen.

Efesini 3,14-21

Cari fratelli e care sorelle,
avvicinandosi a questo testo non possiamo che riflettere sulla preghiera, in quanto questi versetti non sono altro che una vera e propria dossologia cioè una formula liturgica mediante la quale si loda Dio in sé o nella persona di Cristo: stilisticamente è di notevole efficacia  e in molte chiese cristiane è utilizzata in alcune ricorrenze dell’anno ecclesiastico o per particolari veglie di adorazione. Un brano, però, che ha fatto discutere gli studiosi per secoli nella sua complessità redazionale. La questione riguardante l’autore della epistola agli Efesini è stata posta alla fine alla fine del XVIII secolo ma già Erasmo da Rotterdam aveva osservato la singolarità e l’originalità stilistica e di contenuto di questa lettera rispetto al resto del corpus paolino. Oggi il suo carattere deutero-paolino è quasi unanimamente accettato da esegeti di tutte le confessioni cristiane. Il fatto che una epistola sia deutero-paolina, quindi non scritta dalla mano di Paolo ma da uno dei suoi collaboratori o da una persona della scuola teologica dopo la morte dell’apostolo, non significa che non possa riprendere materiale paolino orale o scritto e che quindi rispecchi una sensibilità presente nella scuola che faceva riferimento stretto a Paolo stesso. Tuttavia Efesini indica una rappresentazione posteriore dell’apostolo: non vi è più la contestazione dello status dell’apostolato di Paolo né vi sono presenti i gravi conflitti tra giudeo-cristiani (ebrei convertiti al cristianesimo) e pagano-cristiani (i cristiani fuori dall’ambito giudaico) che invece sono importanti nelle lettere che l’analisi ha rilevato essere scritte o dettate da Paolo in persona. L’epistola viene datata tra l’80 e il 100 d.C. e le lettere di Ignazio di Antiochia (ca. 110 d.C.) sembrano riflettere una conoscenza dell’epistola. Il luogo di redazione sembra essere stato l’Asia minore.

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“Amate i vostri nemici”

Predicazione tenuta il 1° novembre 2009 nella Chiesa metodista di Firenze

“Voi avete udito che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico: non contrastate il malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra; e a chi vuol litigare con te e prenderti la tunica, lasciagli anche il mantello. Se uno ti costringe a fare un miglio, fanne con lui due. Dà a chi ti chiede, e a chi desidera un prestito da te, non voltar le spalle. Voi avete udito che fu detto: Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a quelli che vi odiano, e pregate per quelli che vi maltrattano e che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Se infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno lo stesso anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno anche i pagani altrettanto? Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste.”


Matteo 5,38-48

Cari fratelli e care sorelle,
il testo proposto per questa ventiduesima domenica dopo la Pentecoste è centrale nella teologia di tutte le chiese cristiane. Esso fa parte, come tutto il capitolo 5, del sermone sul monte e interpella in maniera drammatica le nostre vite con un profondo interrogativo: cosa significa essere cristiani? Gesù contesta e sovverte la pratica giuridica che aveva caratterizzato i popoli semitici fino a quel momento: la legge del taglione, che pure aveva un suo preciso valore giuridico e pedagogico – perché limitava la vendetta permettendo un castigo non superiore al danno subito – deve essere superata. La legge del taglione è una pratica che ha ampio respiro nell’Antico Testamento (Es. 21,22-26; Lev. 24,19-21; Dt. 19,21) e che, con ogni evidenza, i capi del popolo d’Israele applicavano con il massimo rigore e diventando spesso il pretesto per le più barbare ingiustizie, ma Gesù vuole sovvertire questa realtà dell’umanità imbarbarita e messa a nudo dalla propria crudeltà.

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“Fatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo”

Predicazione tenuta l’8 giugno 2008 nella Chiesa metodista di Firenze

La parola del Signore mi fu rivolta in questi termini: «Perché dite nel paese d’Israele questo proverbio: “I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati?” Com’è vero che io vivo, dice Dio, il Signore, non avrete più occasione di dire questo proverbio in Israele. Ecco, tutte le vite sono mie; è mia la vita tanto del padre quanto quella del figlio; chi pecca morirà. (…)
Se l’empio si allontana da tutti i peccati che commetteva, se osserva tutte le mie leggi e pratica l’equità e la giustizia, egli certamente vivrà, non morirà. Nessuna delle trasgressioni che ha commesse sarà più ricordata contro di lui; per la giustizia che pratica; egli vivrà. Io provo forse piacere se l’empio muore? dice Dio, il Signore. Non ne provo piuttosto quando egli si converte dalle sue vie e vive? Se il giusto si allontana dalla sua giustizia e commette l’iniquità e imita tutte le abominazioni che l’empio fa, vivrà egli? Nessuno dei suoi atti di giustizia sarà ricordato perché si è abbandonato all’iniquità e al peccato; per tutto questo morirà. (…)
Perciò, io vi giudicherò ciascuno secondo le sue vie, casa d’Israele, dice Dio, il Signore. Tornate, convertitevi da tutte le vostre trasgressioni per le quali avete peccato; fatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo; perché dovreste morire, casa d’Israele? Io infatti non provo nessun piacere per la morte di colui che muore, dice Dio, il Signore. Convertitevi dunque, e vivrete!»

Ezechiele 18,1-4.21-24.30-32

Cari fratelli e care sorelle,
il testo che oggi ci suggerisce il lezionario “Un giorno, una parola” è suggestivo e impegnativo al tempo stesso, soprattutto per la sensibilità di noi moderni. Si parla della salvezza dell’uomo, che è chiamato a un processo di purificazione, alla giustizia di Dio verso le sue creature e all’equità tra uomo e uomo, donna e donna.
Israele è deportato in Babilonia, sembra che il Signore l’abbia abbandonato. Gli stessi ebrei pensano, per autoassolversi, che questo castigo sia dovuto alle colpe dei padri e il profeta rigetta questa interpretazione di comodo. Le colpe sono individuali, chi è giusto agli occhi di Dio si salverà, mentre chi è iniquo perirà in eterno. Una lama che sembra inesorabile nella sua tremenda giustizia.
Il capitolo 18 fa parte di una tematica ben precisa in questo libro, nella quale Ezechiele scaglia i propri oracoli e le proprie accuse contro Giuda e Gerusalemme. La condanna appare irrevocabile e la catastrofe imminente. Nonostante i triboli Ezechiele (anche se la recente filologia ha messo in dubbio che questo libro sia un’opera coerente, scritta da un solo autore) non è indulgente verso il suo popolo. Passa in rassegna i gravi peccati di cui si sono macchiati i figli di Dio, l’idolatria su tutti ma anche l’avidità, l’ipocrisia, l’infedeltà.

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