“Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto”

Predicazione tenuta il 9 marzo 2014, prima domenica del Tempo della Passione, nella chiesa valdese di Milano

1 Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. 2 E, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. 3 E il tentatore, avvicinatosi, gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, ordina che queste pietre diventino pani». 4 Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di pane soltanto vivrà l’uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio”».
5 Allora il diavolo lo portò con sé nella città santa, lo pose sul pinnacolo del tempio, 6 e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; poiché sta scritto:
“Egli darà ordini ai suoi angeli a tuo riguardo,
ed essi ti porteranno sulle loro mani,
perché tu non urti con il piede contro una pietra”».
7 Gesù gli rispose: «È altresì scritto: “Non tentare il Signore Dio tuo”».
8 Di nuovo il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, dicendogli: 9 «Tutte queste cose ti darò, se tu ti prostri e mi adori». 10 Allora Gesù gli disse: «Vattene, Satana, poiché sta scritto: “Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto”».
11 Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli si avvicinarono a lui e lo servivano.

Matteo 4,1-11

Cari fratelli e care sorelle,
quante volte abbiamo letto ed ascoltato questo brano, che è il brano che è stato scelto fin dalla chiesa antica come narrazione di questa domenica che è chiamata Invocavit, la prima domenica di Quaresima o del Tempo della Passione! E quante volte abbiamo in realtà pensato che questo racconto sia una suggestione letteraria, una bella figura retorica, destrutturando il testo fino ad edulcorarlo completamente: una tentazione non reale ma costruita artificialmente, un digiuno che non è un esempio da seguire ma solo il residuo di una ebraicità di Gesù che diventa fastidiosa e storicamente datata.
In questo modo non solo neghiamo la vera storicità del testo ma anche depotenziamo la Scrittura, ed è stato questo il limite di molte teologie liberali, riducendola a un catenaccio in cui l’uomo moderno può inserire quasi tutto quello che vuole fino a costruirsi un Dio a propria immagine e somiglianza, fino a vedere il Cristo che noi vogliamo vedere e non quello che è era, che è e che sarà, testimoniato dalla Scrittura e continuamente portato a noi dallo Spirito Santo. Il tentatore non esiste, Gesù ebbe le allucinazioni nel deserto! L’autore del Vangelo di Matteo vuole dire altro, scrive questo episodio, che non è storico, per uno scopo morale che non è più molto attuale… e potrei andare avanti con molte di queste interpretazioni “liberali”, “moderne”, “critiche” che in realtà non sono affatto critiche né storiche ma che ignorano sia il soggetto della narrazione (Gesù, il Cristo, il Salvatore dell’umanità) che, appunto, il fatto che Gesù fosse un uomo pienamente inserito nel suo contesto storico.

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Ivan Tognarini, un ricordo

Lo scorso sabato 15 marzo è venuto a mancare nella sua casa di Fiesole, dopo una lunga malattia, lo storico Ivan Tognarini, docente di storia contemporanea all’Università di Siena. Piombinese di formazione e di affetti, era nato a Campiglia Marittima il 2 giugno 1944.

Da storico si era segnalato a livello nazionale per le sue ricerche nel campo della Storia della Resistenza e dell’Antifascismo oltre che del movimento sindacale e dell’industria toscana. Figlio di Federigo, tra i protagonisti della Battaglia di Piombino del 10 settembre 1943, aveva fondato ed era tuttora presidente dell’Istituto Storico della Resistenza in Toscana ed aveva svolto un ruolo essenziale per il conferimento della medaglia d’oro al valor militare alla città di Piombino, avvenuta nell’autunno del 2000 da parte dell’allora Presidente della Repubblica Ciampi.

Mi ricordo ancora il timore, da giovanissimo studente di liceo, con cui mi avvicinavo a Ivan, un mostro sacro della storiografia toscana, assieme all’altro mio maestro Giorgio Spini molto lontani di età e scomparsi a quasi nove anni di distanza l’uno dall’altro. Era un uomo molto alla mano e bonario, soprattutto con i giovani e si vedeva chiaramente che gli si rischiarava il cuore quando vedeva giovani e giovanissimi avvicinarsi e rimanere invischiati dal fuoco sacro della Storia, una storia non per pochi eletti ma da divulgare il più possibile a livello popolare, pur senza derogare dalla correttezza e dalla puntualità accademica.

Mi ricordo il giorno in cui lui stesso mi premiò per conto del Circondario Val di Cornia per una ricerca sulle persecuzioni razziali a Piombino e in Val di Cornia, più di dodici anni fa. Avevo diciannove anni e tante belle speranze, tanti entusiasmi e un bel po’ d’impudenza.

Mi ricordo quando, da giovane studente del corso di laurea in Storia contemporanea a Firenze, mi portò nella redazione di “Ricerche storiche” in Via Cavour, nello stesso palazzo del consolato greco e mi fece emozionare facendomi vedere migliaia di schedature di perseguitati antifascisti.

Mi ricordo quando, in una passeggiata lungo la spiaggia di Calamoresca, al tramonto, d’inverno, mi disse: “Andrea, qualunque cosa farai, in qualunque ambito opererai, sappi che sarai sempre un servitore della ricerca storica: sono convinto di questo”. Gli avevo appena detto che mi sarei occupato di studi teologici e che avrei provato a fare il pastore della Chiesa valdese. Un laico pieno di rispetto per la spiritualità e sospettoso per ogni clericalismo.

Mi ricordo della sua passione nella difesa della Costituzione repubblicana contro i tentativi di restaurazione fascista ed autoritaria, la manifestazione con lui e Oscar Luigi Scalfaro a Firenze nella primavera del 2006 con me (in)volontario terzo incomodo.

Mi ricordo di quando, nei miei lunghi anni fiorentini, avevo avuto difficoltà economiche e lui mi aveva sempre offerto discretamente aiuto. Anche se ho sempre rifiutato è stato rassicurante pensare che, oltre ai miei familiari, anche lui si preoccupasse di me.

Era fatto così: un caratterino toscano tutto pepe, non sempre facile nella gestione delle relazioni ma con un cuore grande e generoso, disinteressato e pieno di nobili ideali. Potrei continuare, commuovendomi ancor di più, con i ricordi di Ivan Tognarini, ma spero di aver dato ai lettori un piccolo spaccato non solo del suo grande impegno professionale ma anche della sua umanità.

Caro Ivan, ci mancherai, mi mancherai moltissimo. Gli ultimi anni sono stati molto tribolati e, tuttavia, non hai mancato di darci ancora un apporto. Sono sicuro che ora sei sereno e stai discutendo con Giorgio sulla Resistenza e il Partito d’Azione. Salutalo da parte mia, un bacio.

 Andrea Panerini