“Fossero pure tutti profeti nel popolo del SIGNORE, e volesse il SIGNORE mettere su di loro il suo Spirito!”

Predicazione tenuta il giorno di Pentecoste 2013 nella Chiesa metodista di Terni

L‘accozzaglia di gente raccogliticcia che era tra il popolo fu presa da concupiscenza; e anche i figli d’Israele ricominciarono a piagnucolare e a dire: «Chi ci darà da mangiare della carne? Ci ricordiamo dei pesci che mangiavamo in Egitto a volontà, dei cocomeri, dei meloni, dei porri, delle cipolle e dell’aglio. E ora siamo inariditi; non c’è più nulla! I nostri occhi non vedono altro che questa manna».
La manna era simile al seme di coriandolo e aveva l’aspetto di resina gommosa. Il popolo andava attorno a raccoglierla; poi la riduceva in farina con le macine o la pestava nel mortaio, la faceva cuocere in pentole o ne faceva delle focacce, e aveva il sapore di una focaccia all’olio. Quando la rugiada cadeva sul campo, la notte, vi cadeva anche la manna. Mosè udì il popolo che piagnucolava in tutte le famiglie, ognuno all’ingresso della propria tenda; l’ira del SIGNORE si accese gravemente e la cosa dispiacque anche a Mosè. Mosè disse al SIGNORE: «Perché hai trattato così male il tuo servo? Perché non ho trovato grazia agli occhi tuoi, e mi hai messo addosso il carico di tutto questo popolo? L’ho forse concepito io tutto questo popolo? L’ho forse dato alla luce io, che tu mi dica: “Portalo sul tuo seno”, come la balia porta il bimbo lattante, fino al paese che tu hai promesso con giuramento ai suoi padri? Dove prenderei della carne da dare a tutto questo popolo? Poiché piagnucola dietro a me, e dice: “Dacci da mangiare della carne!” Io non posso, da solo, portare tutto questo popolo; è un peso troppo grave per me. Se mi vuoi trattare così, uccidimi, ti prego; uccidimi, se ho trovato grazia agli occhi tuoi; che io non veda la mia sventura!»
Il SIGNORE disse a Mosè: «Radunami settanta fra gli anziani d’Israele, conosciuti da te come anziani del popolo e come persone autorevoli; conducili alla tenda di convegno e vi si presentino con te. Io scenderò e lì parlerò con te; prenderò lo Spirito che è su te e lo metterò su di loro, perché portino con te il carico del popolo e tu non lo porti più da solo. Dirai al popolo: “Santificatevi per domani e mangerete della carne, poiché avete pianto alle orecchie del SIGNORE, dicendo: ‘Chi ci farà mangiare della carne? Stavamo bene in Egitto!’ Ebbene, il SIGNORE vi darà della carne e voi ne mangerete. Ne mangerete non per un giorno, non per due giorni, non per cinque giorni, non per dieci giorni, non per venti giorni, ma per un mese intero, finché vi esca dalle narici e ne proviate nausea, poiché avete respinto il SIGNORE che è in mezzo a voi e avete pianto davanti a lui, dicendo: ‘Perché mai siamo usciti dall’Egitto?'”» Mosè disse: «Questo popolo, in mezzo al quale mi trovo, conta seicentomila adulti e tu hai detto: “Io darò loro della carne e ne mangeranno per un mese intero!” Scanneranno per loro greggi e armenti in modo che ne abbiano abbastanza? Raduneranno per loro tutto il pesce del mare in modo che ne abbiano abbastanza?» Il SIGNORE rispose a Mosè: «La mano del SIGNORE è forse accorciata? Ora vedrai se la parola che ti ho detto si adempirà o no». Mosè dunque uscì e riferì al popolo le parole del SIGNORE; radunò settanta fra gli anziani del popolo e li dispose intorno alla tenda. Il SIGNORE scese nella nuvola e parlò a Mosè; prese dello Spirito che era su di lui, e lo mise sui settanta anziani; e appena lo Spirito si fu posato su di loro, profetizzarono, ma poi smisero. Intanto, due uomini, l’uno chiamato Eldad e l’altro Medad, erano rimasti nell’accampamento, e lo Spirito si posò su di loro; erano fra i settanta, ma non erano usciti per andare alla tenda; e profetizzarono nel campo. Un giovane corse a riferire la cosa a Mosè, e disse: «Eldad e Medad profetizzano nel campo». Allora Giosuè, figlio di Nun, servo di Mosè fin dalla sua giovinezza, prese a dire: «Mosè, signor mio, non glielo permettere!» Ma Mosè gli rispose: «Sei geloso per me? Oh, fossero pure tutti profeti nel popolo del SIGNORE, e volesse il SIGNORE mettere su di loro il suo Spirito!» E Mosè si ritirò nell’accampamento, insieme con gli anziani d’Israele.

Numeri 11,4-30

Cari fratelli e care sorelle,
quante volte ci siamo sorpresi a pensare che non ci basta mai quello che abbiamo? A piangere perché ci sentiamo incompresi e tutti sono contro di noi? Ecco questo è lo stato d’animo del popolo d’Israele che qui comincia la sua disobbedienza di fronte al Signore nel deserto dopo essere stati salvati dalla schiavitù del re dell’Egitto e per la quale dovranno rimanere quarant’anni nel deserto.
L’accozzaglia di gente raccogliticcia che era tra il popolo fu presa da concupiscenza; e anche i figli d’Israele ricominciarono a piagnucolare. La Scrittura non è tenera nei confronti di questi mormoratori ma, in effetti, non è possibile non vedere la grande ingratitudine di questo popolo che, tratto in salvo e posto fuori dal paese in cui era servo è anche nutrito attraverso la manna dal suo Signore. E invece rimpiange la carne, i pesci, i cocomeri, i meloni, i porri, le cipolle, l’aglio… E’ troppo facile volere la pancia piena e anche la libertà! A volte è necessario scegliere tra l’una e l’altra e la Bibbia nel racconto d’Israele ce lo dice in maniera molto chiara e netta: non sempre il soddisfacimento delle questioni materiali rende l’uomo libero, anzi spesso è il contrario: lo rende schiavo del proprio possesso. Non è un caso che gli stessi ebrei, nell’attesa che Mosè tornasse con le tavole della Legge, si costruiscono un vitello d’oro e lo adorano come loro divinità rigettando (Esodo 32) e solo per intercessione di Mosè il Signore perdona il popolo.

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«Credi nel Signore Gesù, e sarai salvato tu e la tua famiglia»

Predicazione tenuta il 12 maggio 2013 nella Chiesa valdese di Firenze

Mentre andavamo al luogo di preghiera, incontrammo una serva posseduta da uno spirito di divinazione. Facendo l’indovina, essa procurava molto guadagno ai suoi padroni. Costei, messasi a seguire Paolo e noi, gridava: «Questi uomini sono servi del Dio altissimo, e vi annunciano la via della salvezza». Così fece per molti giorni; ma Paolo, infastidito, si voltò e disse allo spirito: «Io ti ordino, nel nome di Gesù Cristo, che tu esca da costei». Ed egli uscì in quell’istante. I suoi padroni, vedendo che la speranza del loro guadagno era svanita, presero Paolo e Sila e li trascinarono sulla piazza davanti alle autorità; e, presentatili ai pretori, dissero: «Questi uomini, che sono Giudei, turbano la nostra città, e predicano riti che a noi Romani non è lecito accettare né praticare». La folla insorse allora contro di loro; e i pretori, strappate loro le vesti, comandarono che fossero battuti con le verghe. E, dopo aver dato loro molte vergate, li cacciarono in prigione, comandando al carceriere di sorvegliarli attentamente. Ricevuto tale ordine, egli li rinchiuse nella parte più interna del carcere e mise dei ceppi ai loro piedi.
Verso la mezzanotte Paolo e Sila, pregando, cantavano inni a Dio; e i carcerati li ascoltavano. A un tratto, vi fu un gran terremoto, la prigione fu scossa dalle fondamenta; e in quell’istante tutte le porte si aprirono, e le catene di tutti si spezzarono. Il carceriere si svegliò e, vedute tutte le porte del carcere spalancate, sguainò la spada per uccidersi, pensando che i prigionieri fossero fuggiti. Ma Paolo gli gridò ad alta voce: «Non farti del male, perché siamo tutti qui». Il carceriere, chiesto un lume, balzò dentro e, tutto tremante, si gettò ai piedi di Paolo e di Sila; poi li condusse fuori e disse: «Signori, che debbo fare per essere salvato?» Ed essi risposero: «Credi nel Signore Gesù, e sarai salvato tu e la tua famiglia». Poi annunciarono la Parola del Signore a lui e a tutti quelli che erano in casa sua. Ed egli li prese con sé in quella stessa ora della notte, lavò le loro piaghe e subito fu battezzato lui con tutti i suoi. Poi li fece salire in casa sua, apparecchiò loro la tavola, e si rallegrava con tutta la sua famiglia, perché aveva creduto in Dio. Fattosi giorno, i pretori mandarono i littori a dire: «Libera quegli uomini».

Atti 16,16-35

Cari fratelli e care sorelle,
«Questi uomini sono servi del Dio altissimo, e vi annunciano la via della salvezza» urla a pieni polmoni la schiava indemoniata. La salvezza, cioè la vera libertà. Ma che cos’è la libertà? Lo sappiamo veramente oggi noi? Lo sapevamo venti secoli fa a Filippi?
Paolo e Sila stavano andando al luogo di preghiera quando vennero avvicinati, appunto, da questa giovane schiava. La ragazza poteva predire il futuro, perciò guadagnava molto denaro per i suoi padroni e costoro la affittavano perché leggesse la palma delle mani e per il divertimento delle riunioni d’affari e di “feste raffinate”, come si dice oggi. Era posseduta da un demonio, mentalmente instabile diremmo noi. Paolo ne ha abbastanza, giorno dopo giorno, dei vaneggiamenti della giovane donna, è infastidito, probabilmente ne ha anche compassione, e nel nome del Cristo la guarisce.

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Introduzione di Marta Torcini su “Italia, paese cristiano?”

Introduzione letta il 19 aprile a Firenze

martaDel livello di “cristianità” dell’Italia si sono occupati in molti e sotto molti aspetti.

Per esempio sotto l’aspetto di una fede che diventa sempre più personale fino a divenire una “religione fai da te” o religione liquida. Da qui discenderebbe da un lato una tale differenziazione sia nelle credenze che nelle pratiche da essere difficilmente controllabile dal punto di vista collettivo; dall’altro, e quasi come conseguenza, una reazione dell’autorità ecclesiastica cattolica che si esprime in una presenza pubblica diretta dei responsabili ecclesiastici di vertice sulla scena politica, come strategia alternativa per bilanciare la scomparsa di un partito cattolico (Italo De Sandre).

C’è chi si è domandato quanto gli individui, indipendentemente dalle credenze, siano pervasi da un sentimento religioso e quanti diano reale importanza ai valori dello spirito nella loro esperienza, per concludere che il sentimento religioso è diffuso ma non esente da limiti e ambivalenze, e rappresenta comunque una risorsa di senso nei momenti difficili della vita (F. Garelli, G. Guizzardi, E. Pace).

Altri hanno sottolineato la crisi della mediazione religiosa, collegata a istanze di autonomia etica e sviluppo dell’individualismo religioso, con una sorta di dissociazione fra riferimenti di fede e scelte pratiche, evidenziando le difficoltà dell’uomo contemporaneo nell’interiorizzare il messaggio religioso e raccordare i dettami del Vangelo con le aspirazioni di realizzazione terrena. Preso atto dell’eterogeneità del cattolicesimo italiano questi autori si chiedono quale possa essere il rapporto fra quanti cercano di vivere la fede e quelli che riscoprono la religione solo nei riti di passaggio e fanno notare come spesso si realizzi una “credenza senza appartenenza” che si accompagna a quello che vien chiamato “bricolage delle credenze” e alla privatizzazione della morale (Franco Garelli).

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