Cristo è risorto ma non è ancora tornato

Predicazione tenuta da Andrea Panerini il 15 aprile 2012 nella Chiesa metodista di Roma

Siete stati con lui sepolti nel battesimo, nel quale siete anche stati risuscitati con lui mediante la fede nella potenza di Dio che lo ha risuscitato dai morti. Voi, che eravate morti nei peccati e nella incirconcisione della vostra carne, voi, dico, Dio ha vivificati con lui, perdonandoci tutti i nostri peccati; egli ha cancellato il documento a noi ostile, i cui comandamenti ci condannavano, e l’ha tolto di mezzo, inchiodandolo sulla croce; ha spogliato i principati e le potenze, ne ha fatto un pubblico spettacolo, trionfando su di loro per mezzo della croce.

Colossesi 2,12-15

Cari fratelli e care sorelle,
Cristo è risorto ma non è ancora tornato. Nemmeno quest’anno, nemmeno questa Pasqua Cristo è tornato: è risorto, è sempre con noi ma non è ancora tornato. Sembra un’affermazione scontata: se anche questo culto riesce a tenersi è perché il Signore non è ancora tornato, se fosse tornato non ci sarebbe più bisogno né di chiesa né di culto: “Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio. Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate” (Apocalisse 21,3-4). Noi possiamo solo dire “non ancora” è tornato, ma tornerà: se non abbiamo fede in questo tutto è vano, inutile, superfluo. C’è però un “già ora”. Il “già ora” è l’ora della Chiesa pellegrina, in cammino in un mondo ostile e pagano oppure soggiogata dalle potenze demoniache del mondo stesso, è il “già ora” che deve essere contro i principati e le potenze, il “già ora” della nostra incredulità e indifferenza che non ci impedisce di avere speranza nella nostra redenzione.

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Il Dio impotente

Predicazione tenuta da Andrea Panerini il 1° aprile 2012 nella Chiesa valdese di Forano

Il Signore mi ha dato una lingua pronta, perché io sappia aiutare con la Parola chi è stanco. Egli risveglia, ogni mattina, risveglia il mio orecchio, perché io ascolti, come ascoltano i discepoli. Il Signore, Dio, mi ha aperto l’orecchio e io non sono stato ribelle, non mi sono tirato indietro. Io ho presentato il mio dorso a chi mi percuoteva, e le mie guance a chi mi strappava la barba; io non ho nascosto il mio volto agli insulti e agli sputi. Ma il Signore, Dio, mi ha soccorso; perciò non sono stato abbattuto; perciò ho reso la mia faccia dura come la pietra e so che non sarò deluso. Vicino è colui che mi giustifica; chi mi potrà accusare? Mettiamoci a confronto! Chi è il mio avversario? Mi venga vicino! Il Signore, Dio, mi verrà in aiuto; chi è colui che mi condannerà? Ecco, tutti costoro diventeranno logori come un vestito, la tignola li roderà.

Isaia 50,4-9

Io ho presentato il mio dorso a chi mi percuoteva, e le mie guance a chi mi strappava la barba; io non ho nascosto il mio volto agli insulti e agli sputi. Cari fratelli e care sorelle, questo brano del profeta Isaia è duro, non riesce ad andare giù nella sua crudezza. Rappresenta una esperienza che riteniamo – a torto o a ragione – di aver attraversato almeno una volta nella nostra vita: chi di noi non si è mai sentito incompreso, bersagliato dalla sorte malevola, fatto oggetto di critiche ingiuste?
Il testo della predicazione di questa domenica delle Palme è il terzo canto del servo di Dio che fa parte di un complesso di quattro canti del cosiddetto deutero-Isaia, l’autore della seconda parte del libro omonimo, considerato cronologicamente posteriore dagli studiosi rispetto alla prima parte. E’ tutto un monologo modulato dalla quadruplice espressione il Signore, Dio (adonai elohim, adonai più tetragramma) che si concentra sulla tematica del giusto perseguitato, di colui che soffre per testimoniare la Parola di Dio e, in questo modo, va contro il mondo che lo circonda. Il passo non è quindi molto diverso da un salmo di lamento individuale che possiamo spesso trovare nell’Antico Testamento.

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