“Trasformeranno le loro spade in vomeri d’aratro”

Predicazione tenuta nella Chiesa metodista di Roma il 14 luglio 2011

Parola che Isaia, figlio di Amots, ebbe in visione, riguardo a Giuda e a Gerusalemme. Avverrà, negli ultimi giorni, che il monte della casa del SIGNORE si ergerà sulla vetta dei monti, e sarà elevato al di sopra dei colli; e tutte le nazioni affluiranno a esso. Molti popoli vi accorreranno, e diranno: «Venite, saliamo al monte del SIGNORE, alla casa del Dio di Giacobbe; egli ci insegnerà le sue vie, e noi cammineremo per i suoi sentieri». Da Sion, infatti, uscirà la legge, e da Gerusalemme la parola del SIGNORE. Egli giudicherà tra nazione e nazione e sarà l’arbitro fra molti popoli; ed essi trasformeranno le loro spade in vomeri d’aratro, e le loro lance, in falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra, e non impareranno più la guerra. Casa di Giacobbe, venite, e camminiamo alla luce del SIGNORE!

Isaia 2,1-5

Cari fratelli e sorelle,
questa visione del profeta Isaia appartiene a quella che chiamiamo escatologia: ovvero il logos, i discorsi, il parlare sulle “cose ultime”, sulle realizzazioni del Signore che alla fine dei tempi si realizzeranno. Tuttavia vedremo che questa parola escatologia ci impegna qui ed ora nei confronti del mondo che ci circonda e in cui spesso non ci ritroviamo.
Immaginiamo l’autore che, ispirato dal Signore, dall’alto del colle che sovrasta il Tempio, osserva i pellegrini con le loro carovane nel giorno di festa, per esempio dell’autunnale festività delle Capanne (Lv. 23,36; Gv. 7,37). Essi arrivano da molteplici luoghi e convergono tutti verso il Tempio. La visione ne abbraccia un’altra: in lontananza, tra le colline che si susseguono, si eleva una montagna più alta, che sembra unire cielo e terra e le genti vogliono scalarla, convinte di incontrare là il Signore come maestro e guido verso i sentieri di pace.

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Il pane della vita

Predicazione tenuta il 7 agosto 2011 nella Chiesa battista di Teatro Valle a Roma

Allora essi gli dissero: «Quale segno miracoloso fai, dunque, perché lo vediamo e ti crediamo? Che operi? I nostri padri mangiarono la manna nel deserto, come è scritto: “Egli diede loro da mangiare del pane venuto dal cielo”». Gesù disse loro: «In verità, in verità vi dico che non Mosè vi ha dato il pane che viene dal cielo, ma il Padre mio vi dà il vero pane che viene dal cielo. Poiché il pane di Dio è quello che scende dal cielo, e dà vita al mondo».
Essi quindi gli dissero: «Signore, dacci sempre di questo pane». Gesù disse loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà mai più sete.

Giovanni 6,30-35

Cari fratelli e care sorelle,
come sono sempre sospettosi e scettici questi discepoli di Gesù! E’ la folla che lo ha cercato, che vuole seguirlo ma allo stesso tempo non si accontenta degli straordinari “numeri” che questo predicatore itinerante gli ha appena fatto vedere. In effetti, un conto è vedere alcuni fatti straordinari con lo stesso atteggiamento di quando andiamo a teatro o al circo, ma qui Gesù chiede di avere fede, di rimettere in gioco la propria vita, le proprie convinzioni, le proprie sicurezze. I discepoli, la folla, chi assiste a questo discorso, tutti aspettano e continuano a sognare un pane che cadrà loro dal cielo senza rendersi conto della realtà di Gesù in mezzo a loro, del Regno che viene. Gesù non dà qualcosa, ma offre se stesso. Questo nella materialità del mondo, ieri, oggi e credo anche domani, non è concepibile: il popolo vuole panem et circenses, vuole un condottiero militare che liberi Israele dall’oppressione romana, vuole un demagogo che lo faccia sognare con promesse mirabolanti. Che se ne fa di questo galileo che offre il suo misterioso pane, che offre se stesso per il nutrimento spirituale di tutti? L’incomprensione dell’uditorio nei confronti di questo discorso è palpabile e in questo possiamo dire che il mondo ha rifiutato il pane che Gesù gli offre e rifiutandolo ha negato la sovranità del Padre. Tuttavia chi ha ascoltato ed è stato toccato dalla Grazia persevera ancora oggi, pur indegnamente, nel discepolato.

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Il Dio fedele

Predicazione tenuta nella Chiesa metodista di Roma il 31 luglio 2011

Infatti tu sei un popolo consacrato al SIGNORE tuo Dio. Il SIGNORE, il tuo Dio, ti ha scelto per essere il suo tesoro particolare fra tutti i popoli che sono sulla faccia della terra. Il SIGNORE si è affezionato a voi e vi ha scelti, non perché foste più numerosi di tutti gli altri popoli, anzi siete meno numerosi di ogni altro popolo, ma perché il SIGNORE vi ama: il SIGNORE vi ha fatti uscire con mano potente e vi ha liberati dalla casa di schiavitù, dalla mano del faraone, re d’Egitto, perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri. Riconosci dunque che il SIGNORE, il tuo Dio, è Dio: il Dio fedele, che mantiene il suo patto e la sua bontà fino alla millesima generazione verso quelli che lo amano e osservano i suoi comandamenti, ma a quelli che lo odiano rende immediatamente ciò che si meritano, e li distrugge; non rinvia, ma rende immediatamente a chi lo odia ciò che si merita. Osserva dunque i comandamenti, le leggi e le prescrizioni che oggi ti do, mettendoli in pratica. Se darete ascolto a queste prescrizioni, se le osserverete e le metterete in pratica, il SIGNORE, il vostro Dio, manterrà con voi il patto e la bontà che promise con giuramento ai vostri padri.

Deuteronomio 7,6-12

Mi ha sempre fatto riflettere la parola “santo”. Nel linguaggio comune del nostro paese, che è a maggioranza cattolica, “santo” è quella persona che costituisce un esempio straordinario per il popolo dei credenti e che ha ricevuto una “chiamata” particolare in virtù della quale, dopo la morte e in virtù del suo presunto esempio di vita, si trasforma in intercessore presso la divinità e, se guardiamo alla religiosità popolare del nostro territorio, in una semi-divinità che opera miracoli talvolta molto grotteschi. Molto spesso sono raffigurati in santini a volte di pregevole fattura artistica ma spesso in pose stereotipate dove non mancano gli sguardi estatici e gli abbellimenti retorici. Cari fratelli e care sorelle sarà forse per questo che ho sempre visto con molto sospetto questa parola e credo anche voi: non ci sono altri intercessori presso il Padre se non Gesù Cristo e non vi è davvero bisogno di altre divinità o surrogati pagani per placare l’ira divina. Questo riflesso antropologico e culturale rende più difficile entrare nella prospettiva di questo brano, ma noi dobbiamo scavare nella Scrittura affinché la Parola di Dio ci possa raggiungere e colpire con tutta la sua forza.

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