Un luogo incantevole dove rilassarsi a Roma

Locale: Vecchio Tevere

Tipologia: Ristorante – Bar

Località: Roma – Lungotevere Thaon de Revel, 3 – vecchiotevere@gmail.com

Valutazione: Tre Forchette (su cinque)

Questo ristorante è inserito nel complesso degli impianti sportivi (piscina, tennis, calcetto, palestra) del Circolo Belle Arti di Roma. Siamo su una incantevole sponda del Tevere, al di là del quale vediamo lo Stadio Olimpico. La struttura ha anche notevoli spazi all’aperto, ideali per una estiva cenetta romantica e dispone di una grande sala per ricevimenti, buffet, feste a tema. La padrona di casa, Rossana, ti fa mettere subito a tuo agio: sembra di stare in una taverna della vecchia Roma ma in realtà si è in una struttura moderna con un servizio al tavolo allo stesso tempo casalingo e molto professionale. I piatti sono quelli della tradizione romana mescolata alle varie tradizioni regionali italiane. Piatti curati, di ottima fattura e con una presentazione curata. Il costo medio per una cena  si aggira intorno ai 20/25 euro a persona (esclusi i vini): non molto considerata la zona in cui il ristorante si colloca e l’ottima qualità delle materie prime, dei piatti e del servizio. Assolutamente da provare i primi e le insalate, la cucina tende a evolversi ogni mese con accostamenti nuovi. Per chi ha un po’ di tempo da passare a Roma oppure ci abita e non sa dove celebrare una occasione speciale, direi che questo locale va assolutamente preso in considerazione.

Andrea Panerini

Odore di lavanda

Ieri sera mangiando un biscotto piemontese che mi era stato offerto da una sorella valdese del convitto della Facoltà di teologia, mi sono ricordato dello stesso gusto, dello stesso sapore, dell’odore di lavanda, dei mobili anni trenta, della casa della zia di mia madre, Marna, che il Signore ha voluto con chiamare nel suo Regno nel 2007 a 90 anni. Mi ricordo di me bambino, e di lei che mi rammendava i vestiti raccontandomi dell’ultima guerra, delle tessere di razionamento, dei bombardamenti, di lei giovanissima prima del matrimonio che guardava con apprensione i fascisti entrare nel bar dove lavorava. Le sue mani, da anziana, che sembravano carta velina, i suoi discorsi decisi da socialista mai pentita, il suo smarrimento in un mondo che non era più il suo e che, fin da giovane, cominciava a non essere più nemmeno il mio…

“I pastori pascono se stessi”

Predicazione tenuta l’8 maggio 2011 presso la chiesa metodista di Terni

La parola del SIGNORE mi fu rivolta in questi termini: «Figlio d’uomo, profetizza contro i pastori d’Israele; profetizza, e di’ a quei pastori: Così parla il Signore, DIO: “Guai ai pastori d’Israele che non hanno fatto altro che pascere se stessi! Non è forse il gregge quello che i pastori debbono pascere? Voi mangiate il latte, vi vestite della lana, ammazzate ciò che è ingrassato, ma non pascete il gregge. Voi non avete rafforzato le pecore deboli, non avete guarito la malata, non avete fasciato quella che era ferita, non avete ricondotto la smarrita, non avete cercato la perduta, ma avete dominato su di loro con violenza e con asprezza. Esse, per mancanza di pastore, si sono disperse, sono diventate pasto di tutte le bestie dei campi, e si sono disperse. Le mie pecore si smarriscono per tutti i monti e per ogni alto colle; le mie pecore si disperdono su tutta la distesa del paese, e non c’è nessuno che se ne prenda cura, nessuno che le cerchi! Perciò, o pastori, ascoltate la parola del SIGNORE! “Com’è vero che io vivo”, dice il Signore, DIO, “poiché le mie pecore sono abbandonate alla rapina; poiché le mie pecore, che sono senza pastore, servono di pasto a tutte le bestie dei campi, e i miei pastori non cercano le mie pecore; poiché i pastori pascono se stessi e non pascono le mie pecore, perciò, ascoltate, o pastori, la parola del SIGNORE! Così parla il Signore, DIO: Eccomi contro i pastori; io domanderò le mie pecore alle loro mani; li farò cessare dal pascere le pecore; i pastori non pasceranno più se stessi; io strapperò le mie pecore dalla loro bocca ed esse non serviranno più loro di pasto”.

Ezechiele 34,1-10

Guai ai pastori d’Israele che non hanno fatto altro che pascere se stessi!
Cari fratelli e care sorelle,
chi sono i pastori che non hanno fatto altro che pascere se stessi? Sembra una espressione molto lontana da noi, ma se ci riflettiamo un attimo è più vicina di quello che si possa pensare.
Questo capitolo del libro del profeta Ezechiele è costituito da un complesso di oracoli introdotti dal consueto “così parla YHWH (יהוה)” e messi insieme dal tema della conduzione del gregge. Il fatto che il compito del pastore non sia più familiare alla maggior parte di noi non rappresenta un grave ostacolo visto che il significato simbolico è chiaro a tutti: il nostro termine “pastorale” incarna la stessa metafora che qui è presente, perciò l’espressione potrebbe essere riformulata come “responsabilità pastorale” attribuendo a questo aggettivo la più ampia connotazione di ufficio pubblico che comporti responsabilità nei confronti delle altre persone.

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