“Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!”

Predicazione tenuta il 22 aprile 2011 (Venerdì Santo) nella Chiesa metodista di Roma

Quando furono giunti al luogo detto «il Teschio», vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Poi divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Il popolo stava a guardare. E anche i magistrati si beffavano di lui, dicendo: «Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo, l’Eletto di Dio!» Pure i soldati lo schernivano, accostandosi, presentandogli dell’aceto e dicendo: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!» Vi era anche questa iscrizione sopra il suo capo: QUESTO È IL RE DEI GIUDEI.
Uno dei malfattori appesi lo insultava, dicendo: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!» Ma l’altro lo rimproverava, dicendo: «Non hai nemmeno timor di Dio, tu che ti trovi nel medesimo supplizio? Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni; ma questi non ha fatto nulla di male». E diceva: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno!» Ed egli gli disse: «Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso».

Luca 23,33-43

“Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!”. Cari fratelli e care sorelle, non è forse questo l’interrogativo che segretamente ci poniamo ogni volta che leggiamo la passione di Gesù e la sua  orribile morte? Anche a noi spesso, nei dolori e nelle gioie della nostra quotidianità, sembra una fine ingloriosa, terribile e gratuita. Dio non avrebbe potuto rivelarsi al mondo in maniera più spettacolare e incruenta? A parte l’ovvia obiezione di come l’uomo possa sindacare l’azione di Dio, mi appare significativa la risposta che dà Karl Barth nel suo scritto “L’umanità di Dio”: Dio è stato l’uomo reale, dal cui cammino avevamo deviato. Dio stesso ha con ciò pronunciato la parola di perdono, la parola del nuovo comandamento, la parola della resurrezione della carne e della vita eterna. Essendo Dio l’uomo “reale” egli ha assunto su di sé anche la realtà del dolore e della morte causata dalla disobbedienza dell’uomo stessa nella caduta della creazione descritta in Genesi 3.

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L’Evangelo incarnato nella comunità

Predicazione tenuta il 10 aprile 2011 a Ecumene (Velletri) in occasione dell’incontro dei ragazzi del catechismo e della scuola domenicale delle chiese evangeliche del Lazio (Ecumeniadi)

Ed erano perseveranti nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere. Ognuno era preso da timore; e molti prodigi e segni erano fatti dagli apostoli. Tutti quelli che credevano stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le proprietà e i beni, e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. E ogni giorno andavano assidui e concordi al tempio, rompevano il pane nelle case e prendevano il loro cibo insieme, con gioia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Il Signore aggiungeva ogni giorno alla loro comunità quelli che venivano salvati.

Atti 2,42-47

Cari fratelli e care sorelle, cari ragazzi e care ragazze,
avete mai pensato al vostro gruppo familiare o al vostro gruppo di amicizie, nella vita, nella scuola, nel lavoro, in modo ideale? Avete mai provato a raffigurarvi nella mente come questo gruppo, i vostri affetti, i vostri amici dovrebbero essere, come vorreste che fossero? E’ questa l’operazione che Luca, l’autore del Vangelo e degli Atti, compie in questo brano: egli raffigura la comunità dei credenti come dovrebbe essere e non come, purtroppo, spesso è. Non che non possano esserci stati, soprattutto nel cristianesimo dei primi anni e nel corso della sua storia, momenti di effettiva comunione, sotto la guida dello Spirito Santo. Ma questi momenti sono sempre stati più una eccezione che la norma nella storia della Chiesa: la natura dell’uomo, egoista e malvagia, non permette che lo Spirito possa operare sempre nella Chiesa. Basta ricordarsi un attimo delle lettere dell’apostolo Paolo per vedere che, fin dall’inizio, la vita delle chiese era tutt’altro che facile ed idilliaca, dalle dispute con Pietro alle divisioni della chiesa di Corinto.
La vita religiosa contemporanea è afflitta da entusiasmi momentanei, da eccessi e superficialità. Nel linguaggio moderno, “entusiastico” (letteralmente “pieno di Dio”) è sinonimo per una esaltazione di breve durata, che non si esprime in un impegno a lungo termine: siete entusiasti per l’ultimo cd del cantante alla moda, o per l’ultimo gioco che tutti i vostri compagni di scuola hanno e per il quale tormentate i vostri genitori, siete entusiasti per un bel voto, per una promozione insperata nel vostro lavoro o perché la vostra squadra del cuore ha acquistato un portentoso calciatore.

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Lettera a “Fiumi d’acqua viva” per la cena del 31 marzo scorso a Firenze

Roma, 31 marzo 2011

Cari fratelli e care sorelle che partecipate alla cena di “Fiumi d’acqua viva”,
pace a Voi nel nome del Signore Gesù Cristo, fonte di ogni speranza e benedizione.
Mi dolgo di non poter essere presente in mezzo a Voi per questa occasione di incontro, di riflessione e di preghiera ma impegni sia alla Facoltà valdese di Teologia che personali hanno reso impossibile la mia presenza stasera a Firenze, città che è e rimarrà sempre nel mio cuore, come i Vostri volti e le Vostre storie. Pur non avendo più modo di partecipare attivamente alle attività sociali, perlomeno in Toscana, rimango legato da profondi legami con l’Associazione “Fiumi d’acqua viva” che ho avuto l’onore di presiedere in passato e con molte persone che si adoperano attivamente tuttora per il conseguimento delle finalità sociali.
Stasera il filo conduttore per la Vostra discussione sarà il libro di Ester: un libro strano ed eccentrico  nell’ambito del canone biblico e dalla intricata storia redazionale. La figura della regina Ester è una delle più belle figure femminili che si possano trovare in tutto l’Antico Testamento, esempio di forza e grazia riesce a salvare il suo popolo non essendo esente tuttavia da esitazioni e paure, tipiche di ogni essere umano. La storia del rapporto tra Aman e Mardocheo è emblematica, nella sua comicità che sfiora il grottesco, per sottolineare da un lato l’arroganza e la disobbedienza del potere umano nei confronti di Dio e dall’altro per ricordare a tutti noi che gli onori e le soddisfazioni terrene sono instabili e inaffidabili, sono “vanità, è un correre dietro al vento.” (Ecclesiaste 1,14)
Vi saluto, oltre che invocando su di Voi, sulle Vostre famiglie, sui Vostri affetti la benedizione dell’Eterno, ripetendovi l’esortazione dell’apostolo Paolo nella prima epistola ai Tessalonicesi: “Siate sempre gioiosi; non cessate mai di pregare; in ogni cosa rendete grazie, perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.” (5,16-18)

Vostro
Andrea Panerini