“Maestro, vorremmo che tu ci facessi vedere un segno”

Predicazione tenuta il 20 marzo 2011 nella Chiesa metodista di Roma Via XX Settembre

Allora alcuni scribi e farisei lo interrogarono: «Maestro, vorremmo che tu ci facessi vedere un segno». Ed egli rispose: «Una generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra. Quelli di Nìnive si alzeranno a giudicare questa generazione e la condanneranno, perché essi si convertirono alla predicazione di Giona. Ecco, ora qui c’è più di Giona! La regina del sud si leverà a giudicare questa generazione e la condannerà, perché essa venne dall’estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone; ecco, ora qui c’è più di Salomone!» (Matteo 12,38-42)

Cari fratelli e care sorelle,
è dura questa risposta di Gesù agli scribi e ai farisei. E’ una risposta che annichilisce e non ammette repliche. Fin dal principio del capitolo dodici del Vangelo di Matteo erano i farisei a discutere con Gesù, ora si sono associati anche gli scribi, i dottori della Legge mosaica. Da un certo punto di vista il loro scetticismo può anche apparire giustificato: nel I secolo operavano molti “profeti” che avanzavano pretese messianiche di vario tipo e promettevano di comprovare la loro autenticità attraverso dei segni straordinari che poi, ovviamente, non era in grado di realizzare senza trucchi e inganni: questi “miracoli di conferma” dovevano essere preannunciati prima di essere eseguiti. Hanno scambiato Gesù per uno dei tanti ciarlatani che girovagavano nelle provincie orientali dell’impero romano e, deridendolo, gli hanno chiesto – con aria di sfida e di scherno – quali grandi opere può compiere affinché possano credere a questo predicatore itinerante che, con parole taglienti, vuole mettere in discussione il loro modo di intendere la Parola di Dio.

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“Chi altri vorrebbe il re onorare, se non me?”

Predicazione tenuta il 6 marzo 2011 presso la Chiesa metodista di Roma

Veronese, "Il trionfo di Mardocheo", Venezia, Chiesa S. Sebastiano

Quella notte il re, non potendo prender sonno, ordinò che gli si portasse il libro delle Memorie, le Cronache; e ne fu fatta la lettura in presenza del re. Vi si trovò scritto che Mardocheo aveva denunciato Bigtana e Teres, i due eunuchi del re, guardiani dell’ingresso, i quali avevano cercato di attentare alla vita del re Assuero. Allora il re chiese: «Quale onore e quale distinzione si sono dati a Mardocheo per questo?» Quelli che servivano il re risposero: «Non si è fatto nulla per lui». Il re disse: «Chi c’è nel cortile?» C’era Aman che era venuto nel cortile esterno della casa del re, per dire al re di fare impiccare Mardocheo alla forca che egli aveva preparata per lui. I servitori del re gli risposero: «Ecco, c’è Aman nel cortile». E il re disse: «Fatelo entrare». Aman entrò e il re gli chiese: «Che si deve fare a un uomo che il re vuole onorare?» Aman disse in cuor suo: «Chi altri vorrebbe il re onorare, se non me?» E Aman rispose al re: «Per l’uomo che il re vuole onorare si prenda la veste reale che il re suole indossare, e il cavallo che il re suole cavalcare, e sulla cui testa è posta una corona reale; si consegni la veste e il cavallo a uno dei prìncipi più nobili del re; si faccia indossare quella veste all’uomo che il re vuole onorare, lo si faccia percorrere a cavallo le vie della città, e si gridi davanti a lui: “Così si fa all’uomo che il re vuole onorare!”» Allora il re disse ad Aman: «Fa’ presto, prendi la veste e il cavallo, come hai detto, e fa’ a quel modo a Mardocheo, a quel Giudeo che siede alla porta del re; e non tralasciar nulla di quello che hai detto». Aman prese la veste e il cavallo, fece indossare la veste a Mardocheo, gli fece percorrere a cavallo le vie della città, e gridava davanti a lui: «Così si fa all’uomo che il re vuole onorare!» Poi Mardocheo tornò alla porta del re, ma Aman si affrettò ad andare a casa sua, tutto addolorato e con il capo coperto. Aman raccontò a Zeres sua moglie e a tutti i suoi amici tutto quello che gli era accaduto. I suoi saggi e Zeres sua moglie gli dissero: «Se Mardocheo davanti al quale tu hai cominciato a cadere è della razza dei Giudei, tu non potrai resistergli. Soccomberai davanti a lui». Mentre essi parlavano ancora con lui, giunsero gli eunuchi del re, i quali si affrettarono a condurre Aman al convito che Ester aveva preparato. (Ester 6,1-14)

“Chi altri vorrebbe il re onorare, se non me?” Cari fratelli e care sorelle, rimbomba la domanda di Aman nella nostra mente dopo aver letto questo brano – in realtà non molto conosciuto nelle nostre chiese – del libro di Ester. Questo testo è stato scelto dai ragazzi e dalle ragazze del primo gruppo di catechismo della nostra chiesa come testo per la predicazione di questa domenica, tra i vari testi di Ester affrontati nel percorso intrapreso. Mi sono interrogato a lungo anche sul perché mi hanno indicato proprio questo testo. Tutto il libro di Ester è una novella, una storia significativa sul popolo d’Israele, ambientata durante la dominazione persiana, apparentemente però senza grande importanza teologica e per la fede. Infatti nella versione ebraica del testo, che è quella alla base delle nostre traduzioni, Dio non viene mai nominato.

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Una conversazione con Paolo Ricca

Segnalo la pubblicazione di questa mia conversazione con Paolo Ricca sul tema dell’omosessualità pubblicato sul sito dell’Associazione “Fiumi d’acqua viva”.

Panerini: In quale occasione ha avuto modo di incontrare per la prima volta – durante il suo ministero pastorale – una persona omosessuale?
Ricca: Se ricordo bene tutto, l’incontro che più mi ha impressionato e mi ha obbligato a prendere coscienza della realtà omosessuale è quello con una persona che negava di essere gay, che non voleva essere omosessuale. Per questo motivo si era sposato, aveva avuto cinque figli, fedele – a suo dire – a sua moglie, ma giunto in una età più matura della sua vita personale non poté fare a meno di prendere visione di questa sua identità omosessuale, una disposizione che egli aveva sempre negato ma che alla fine ha prevalso e non poteva più essere rimossa.  Mi chiese, ricordo, che cosa avrebbe dovuto fare, se dichiararsi alla famiglia e abbandonarla fisicamente, uscire dall’equivoco oggettivo che egli stesso aveva creato per essere se stesso, oppure se lo consigliavo di continuare a fingere di essere quello che non era.

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