“Cercate prima il regno e la giustizia di Dio”

Predicazione tenuta il 20 settembre 2009 nella Chiesa metodista di Firenze

“Perciò vi dico: non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro? E chi di voi può con la sua preoccupazione aggiungere un’ora sola alla durata della sua vita? E perché siete così ansiosi per il vestire? Osservate come crescono i gigli della campagna: essi non faticano e non filano; eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro. Ora se Dio veste in questa maniera l’erba dei campi che oggi è, e domani è gettata nel forno, non farà molto di più per voi, o gente di poca fede? Non siate dunque in ansia, dicendo: “Che mangeremo? Che berremo? Di che ci vestiremo?” Perché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; ma il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più. Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di sé stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno.”

Matteo 6,25-34

Cari fratelli e care sorelle,
questo testo appartiene al Sermone sul monte, uno degli esempi più limpidi, nel Nuovo Testamento, della rielaborazione e trasmissione orale dei detti di Gesù. Mt. 6 costituisce un inserimento in mezzo ai materiali provenienti dalla fonte Q come si possono trovare anche in Lc 6,20-49. Lo scopo di questo materiale aggiuntivo è quello di offrire ulteriori illustrazioni di ciò che si è voluto dire in Mt. 5,20 sui concetti di giustizia, di perdono e di devozione personale a Dio.
Questo è probabilmente il più amato fra tutti i brani della Bibbia che riguardano la fiducia in Dio e ve ne sono molti altri sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento. Perché ci commuove di più? Il suo potere si deve al suo carattere poetico. Si discute ancora se le formulazioni originariamente pronunciate da Gesù in aramaico fossero prosa o poesia, ma è indiscusso il fatto che il passo commuove secondo una logica poetica molto diversa da quella prosaica del nostro mondo quotidiano.

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“Dove sono gli altri nove?”

Predicazione tenuta il 13 settembre nella Chiesa metodista di Firenze

Nel recarsi a Gerusalemme, Gesù passava sui confini della Samaria e della Galilea. Come entrava in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, i quali si fermarono lontano da lui, e alzarono la voce, dicendo: “Gesù, Maestro, abbi pietà di noi!” Vedutili, egli disse loro: “Andate a mostrarvi ai sacerdoti”. E, mentre andarono, furono purificati. Uno di loro vedendo che era purificato, tornò indietro, glorificando Dio ad alta voce; e si gettò ai piedi di Gesù con la faccia a terra, ringraziandolo; ed era un samaritano. Gesù, rispondendo, disse: “I dieci non sono stati tutti purificati? Dove sono gli altri nove? Non si è trovato nessuno che sia tornato per dar gloria a Dio tranne questo straniero?” E gli disse: “Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato”.

Luca 17,11-19

Cari fratelli e care sorelle,
il Vangelo di Luca ci pone davanti ad alcuni interrogativi forti. Tra tutti gli evangelisti, Luca è quello che (sotto l’influenza della “fonte Q” e delle tradizioni a lui proprie) si fa più insistente sulle implicazioni etiche della fede. Diventare discepolo richiede una trasformazione di vita, è una esperienza totalizzante, è un qualcosa che ti cambia in profondità. Nel “programma” etico lucano le componenti socio-economiche ed etniche sono preponderanti, marcate. E al tempo stesso Luca insiste molto sia sulla salvezza per fede che sulla preghiera.
“Dove sono gli altri nove?” Può sembrare una domanda ingenua, quella che Gesù rivolge al samaritano (considerato che è lui stesso che li invia ai sacerdoti) ma è uno dei punti essenziali di questo brano. E’ la domanda che Gesù rivolge al lebbroso – che è anche samaritano, quindi straniero – che lui stesso ha guarito, il quale torna indietro per lodare Dio e per gettarsi ai suoi piedi. La nostra curiosità potrebbe appuntarsi su cosa è poi successo agli altri nove. Non hanno avuto abbastanza fede? Non hanno saputo ringraziare Dio e sono andati incontro stupidamente ai sacerdoti? E’ probabile che gli altri nove, pur fisicamente guariti, siano stati risucchiati dal vortice della vita e che abbiano preferito mostrarsi nel loro prodigio al mondo anziché ringraziare Dio. Si sono considerati guariti nel fisico e tanto gli è bastato, senza tener conto che al Signore preme una guarigione che va nelle profondità dell’essere umano, una guarigione spirituale. Lo facciamo continuamente, Dio ci regala ogni giorno dei prodigi, nella nostra quotidianità, ma noi siamo talmente presi da noi stessi e dal mondo che non ce ne accorgiamo oppure, quando li vediamo, siamo soliti attribuirli a noi stessi o a qualche altro essere umano piuttosto che ringraziare Dio perché ci ama così tanto nonostante la nostra debolezza. Quei nove sono l’emblema del nostro orgoglio e della nostra disobbedienza: hanno creduto nella guarigione fisica ma non hanno saputo aver fede nel Signore, una fede autentica, anche se può sembrare ingenua, come quella del samaritano.

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