“Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”

Predicazione tenuta il 24 maggio 2009 nella Chiesa metodista di Firenze

“Se il mondo vi odia, sapete ben che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe quello che è suo; poiché non siete del mondo, ma io ho scelto voi in mezzo al mondo, perciò il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che vi ho detta: “Il servo non è più grande del suo signore”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo ve lo faranno a causa de mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato. Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero colpa; ma ora non hanno scusa per il loro peccato. Chi odia me, odia anche il Padre mio. Se non avessi fatto tra di loro le opere che nessun altro ha mai fatte, non avrebbero colpa; ma ora le hanno viste, e hanno odiato me e il Padre mio. Ma questo è avvenuto affinché sia adempiuta la parola scritta nella loro legge: “Mi hanno odiato senza motivo”. Ma quando sarà venuto il Consolatore che io vi manderò da parte del Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli testimonierà di me; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio.”
“Io vi ho detto queste cose, affinché non siate sviati. Vi espelleranno dalle sinagoghe; anzi, l’ora viene che chiunque vi ucciderà, crederà di rendere un culto a Dio. Faranno questo perché non hanno conosciuto né il Padre né me. Ma io vi ho detto queste cose, affinché, quando sia giunta l’ora, vi ricordiate che ve le ho dette. Non ve le dissi da principio perché ero con voi.”


Giovanni 15, 18-16,4

Cari fratelli, care sorelle,
il brano della predicazione di questa domenica riprende la lunga narrazione che Giovanni riserva alla notte in cui Gesù fu tradito. Cristo istruisce lungamente i discepoli su quale sia la sua vera natura, su come si dovranno comportare nel mondo, su come il mondo reagirà alla loro presenza.
Il segno dell’amore fraterno ha come contrappeso l’odio del mondo. Il sangue del Signore penetra nell’intimo dei discepoli; li obbliga all’amore e li vota alla persecuzione del mondo. Come se, in questa notte di tradimento, soltanto la piccola isola di luce che brilla nel Cenacolo conoscesse la dolcezza dell’amicizia. Attraverso i secoli soltanto la vera cristianità raggrupperà, in un mondo d’odio, il piccolo gregge unito dall’amore di Dio. Il cristiano è il testimone della croce, sia con l’amore che porta, sia con l’odio che subisce dal mondo, perché il mondo non cesserà mai di odiare il cristiano. Non ci si potrebbe fidare dei discepoli che cercassero la simpatia del mondo o ne godessero. Non che il cristiano debba necessariamente cercare di coltivare la sofferenza con un misticismo morboso. Senza bisogno di cercare le prove, basterà accettare quelle che verranno: ogni compiacenza in esse è sospetta. Ma deve essere pronto – e questo basta – a soffrire le persecuzioni del mondo per la sua fedeltà al Signore, perché l’odio del mondo è inseparabile dalla sua condizione di discepolo. Con una semplicità sconcertante, Paolo afferma che non dobbiamo lasciarci turbare dalle persecuzioni, perché, dice, voi sapete bene che siamo destinati a questo (Ts 3,3). In questa prospettiva si comprende meglio l’osservazione dell’autore degli Atti riguardo agli apostoli: Essi dunque se ne andarono via dal Sinedrio, rallegrandosi di essere stati ritenuti degni di essere oltraggiati per il nome di Gesù (At. 5,41).

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“Dimorate in me, e io dimorerò in voi”

Predicazione tenuta il 3 maggio 2009 nella Chiesa metodista di Firenze

“Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. Ogni tralcio che in me non dà frutto, lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo pota affinché ne dia di più. Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunziata. Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dar frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me. Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete far nulla. Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano. Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. In questo caso è glorificato il Padre io: che portiate molto frutto: così sarete miei discepoli.”

Giovanni 15,1-8

Cari fratelli, care sorelle,
ci troviamo di fronte a Gesù che vive gli ultimi istanti della propria vita. Quella sera il discorso ai discepoli fu lungo, complesso e con i toni di gravità propri degli ultimi istanti della vita: un vero e proprio testamento.
Il paragone della vite è suggerito dal vino della Santa Cena e anche dalle parole di Gesù che i vangeli sinottici ci hanno conservato nel racconto dell’istituzione dell’eucarestia: In verità vi dico che non berrò più del succo della vite fino al giorno in cui lo berrò di nuovo nel Regno di Dio. Gesù ha già lavato i piedi agli apostoli, simbolo dell’estremo sacrificio che sta per compiere. Il vino eucaristico è la bevanda del popolo della nuova alleanza, nel regno di Dio arrivato a compimento. Già a Cana (Gv. 2,1-11) la quantità e la qualità del vino furono un presagio della pienezza della salvezza che sarebbe stata comunicata nell’ultima ora della vita di Gesù, in quell’ora che sarebbe stata nello stesso tempo la prima degli ultimi tempi. Ma l’insistenza sulla vera vite ha lo scopo di definire questa in riferimento e in opposizione alla vigna che nell’Antico Testamento è uno dei simboli del popolo d’Israele. Da principio è lo stesso simbolismo del vino che, nell’Antico Testamento, è messo in relazione con la tragedia della elezione e del giudizio, del piantare e dello sradicare. Le armoniche del canto della vigna in Isaia 5,1-7 sono strappate, dolorose; più conciso, ma ancora più tragico è il lamento di Geremia: Eppure, io ti avevo piantata come una nobile vigna, tutta del miglior ceppo; come mai ti sei trasformata in tralci degenerati di una vigna a me non familiare? (Ger. 2,21). E’ soltanto nell’Apocalisse più tardiva di Isaia che si pensa alla vigna di nuovo prospera d’Israele: In quel giorno cantate la vigna dal vino vermiglio! Io, il Signore, ne sono il guardiano, io la irrigo a ogni istante; la custodisco notte e giorno, affinché nessuno la danneggi (Is. 27,2-6).

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