La forza di ribellarci per rispettare il patto del Signore

Predicazione tenuta il 28 settembre 2008 nella Chiesa metodista di Firenze

Mosè, dunque, tagliò due tavole di pietra come le prime; si alzò la mattina di buon’ora, salì sul monte Sinai come il SIGNORE gli aveva comandato, e prese in mano le due tavole di pietra. Il SIGNORE discese nella nuvola, si fermò con lui e proclamò il nome del SIGNORE. Il SIGNORE passò avanti a lui, e gridò: “Il SIGNORE! Il SIGNORE! Il Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco in bontà e fedeltà, che conserva la sua bontà fino alla millesima generazione, che perdona l’iniquità, la trasgressione e il peccato ma non terrà il colpevole per innocente; che punisce l’iniquità dei padri sopra i figli e sopra i figli dei figli, fino alla terza e alla quarta generazione!” Mosè subito s’inchinò fino a terra e adorò. Poi disse: “Ti prego, Signore, se ho trovato grazia agli occhi tuoi, venga il Signore in mezzo a noi, perché questo è un popolo dal collo duro; perdona la nostra iniquità, il nostro peccato e prendici come tua eredità”. Il SIGNORE rispose: “Ecco, io faccio un patto: farò davanti a tutto il tuo popolo meraviglie, quali non sono mai state fatte su tutta la terra né in alcuna nazione; tutto il popolo in mezzo al quale ti trovi vedrà l’opera del SIGNORE, perché tremendo è quello che io sto per fare per mezzo di te.

Esodo 34,4-10

Cari fratelli e sorelle,

il testo proposto questa domenica dal lezionario “Un giorno, una parola” è centrale in tutto il logos teologico del libro dell’Esodo. Vediamo a che punto della narrazione si colloca: il popolo di Israele, uscito dall’Egitto, è fermo nel deserto del Sinai. Qui, impaziente e spossato dai numerosi triboli che deve affrontare, commette la più grave infedeltà nei confronti del Signore: costruisce un vitello d’oro e lo erige a propria divinità. E’ la violazione del primo comandamento, un abominio che il Signore potrebbe punire con la cancellazione del suo popolo, e, almeno in un primo momento, minaccia di dare esecuzione alla sua giusta sentenza. L’intercessione di Mosè, l’unico che gli sia rimasto sempre fedele, un giusto, è fondamentale nel perdono che il Signore concede al suo popolo, un popolo dal “collo duro”. La posizione privilegiata di Mosè viene definitivamente confermata da una teofania, da una apparizione dell’Eterno, seppur indiretta poiché Dio avverte Mosè che nessun uomo può guardarlo e rimanere in vita e lo ripara paternamente con la mano dal pericolo di vedere ciò che non è lecito. Un parallelo evidente con Noè, dietro al quale Dio chiuse l’arca con la propria mano (Gen. 7,16). Poi Dio passa davanti a lui gridando a lui il proprio nome. Risuonano le parole del Decalogo (Es. 20,5 ss.) ma qui la pienezza delle qualità di Dio viene sviluppata in maniera più ampia, e la sua bontà e fedeltà sono poste al principio. Possiamo anche collegare questa professione del Signore allo Shemà Israel, Ascolta Israele (Deut. 6,4), una riaffermazione di essere l’unico Dio. Il patto, pur nella professione di bontà e perdono, resta violato e Mosè prega Dio di estendere al suo popolo la grazia che gli ha concesso individualmente, addossandosi colpe non sue (“la nostra iniquità, il nostro peccato”) e di riprenderlo nella sua santa eredità. Dio rinnova il proprio patto con Israele, un popolo dalla “dura cervice”. Fondamentale per questo patto è, quindi, il perdono divino. Ancora una volta, come bene ha sottolineato Rolf Rendtorff nella sua “Teologia dell’Antico Testamento”, è evidente il parallelo con Noè: “i pensieri e i disegni del cuore umano” restano cattivi (Gen. 8,21). Ora Israele rimane il popolo dal “collo duro” ma la clemenza di Dio oltrepassa questi limiti, portandolo nuovamente a concludere con esso un patto. La validità di questo patto del Sinai, come per il primo, non dipende dalla condotta degli esseri umani: Dio lo ha ripristinato, nonostante conosca l’inclinazione degli uomini al peccato. Questo testo ha un significato centrale in tutto l’Antico Testamento, il quale è pervaso da una questione di fondo: come si comporta Dio se il suo popolo trasgredisce la sua Legge? Dio punisce Israele in vari modi ma mai rinnega il suo patto. Il patto è stretto da Dio nei confronti di Israele, il popolo lo infrange e Dio lo rinnova: il che significa che l’uomo non è mai in grado, in nessun caso, di tenere fede al patto con le proprie forze. Dio però è, innanzitutto il Dio fedele che osserva il suo patto per amore del Suo santo Nome.

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