“Fatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo”

Predicazione tenuta l’8 giugno 2008 nella Chiesa metodista di Firenze

La parola del Signore mi fu rivolta in questi termini: «Perché dite nel paese d’Israele questo proverbio: “I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati?” Com’è vero che io vivo, dice Dio, il Signore, non avrete più occasione di dire questo proverbio in Israele. Ecco, tutte le vite sono mie; è mia la vita tanto del padre quanto quella del figlio; chi pecca morirà. (…)
Se l’empio si allontana da tutti i peccati che commetteva, se osserva tutte le mie leggi e pratica l’equità e la giustizia, egli certamente vivrà, non morirà. Nessuna delle trasgressioni che ha commesse sarà più ricordata contro di lui; per la giustizia che pratica; egli vivrà. Io provo forse piacere se l’empio muore? dice Dio, il Signore. Non ne provo piuttosto quando egli si converte dalle sue vie e vive? Se il giusto si allontana dalla sua giustizia e commette l’iniquità e imita tutte le abominazioni che l’empio fa, vivrà egli? Nessuno dei suoi atti di giustizia sarà ricordato perché si è abbandonato all’iniquità e al peccato; per tutto questo morirà. (…)
Perciò, io vi giudicherò ciascuno secondo le sue vie, casa d’Israele, dice Dio, il Signore. Tornate, convertitevi da tutte le vostre trasgressioni per le quali avete peccato; fatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo; perché dovreste morire, casa d’Israele? Io infatti non provo nessun piacere per la morte di colui che muore, dice Dio, il Signore. Convertitevi dunque, e vivrete!»

Ezechiele 18,1-4.21-24.30-32

Cari fratelli e care sorelle,
il testo che oggi ci suggerisce il lezionario “Un giorno, una parola” è suggestivo e impegnativo al tempo stesso, soprattutto per la sensibilità di noi moderni. Si parla della salvezza dell’uomo, che è chiamato a un processo di purificazione, alla giustizia di Dio verso le sue creature e all’equità tra uomo e uomo, donna e donna.
Israele è deportato in Babilonia, sembra che il Signore l’abbia abbandonato. Gli stessi ebrei pensano, per autoassolversi, che questo castigo sia dovuto alle colpe dei padri e il profeta rigetta questa interpretazione di comodo. Le colpe sono individuali, chi è giusto agli occhi di Dio si salverà, mentre chi è iniquo perirà in eterno. Una lama che sembra inesorabile nella sua tremenda giustizia.
Il capitolo 18 fa parte di una tematica ben precisa in questo libro, nella quale Ezechiele scaglia i propri oracoli e le proprie accuse contro Giuda e Gerusalemme. La condanna appare irrevocabile e la catastrofe imminente. Nonostante i triboli Ezechiele (anche se la recente filologia ha messo in dubbio che questo libro sia un’opera coerente, scritta da un solo autore) non è indulgente verso il suo popolo. Passa in rassegna i gravi peccati di cui si sono macchiati i figli di Dio, l’idolatria su tutti ma anche l’avidità, l’ipocrisia, l’infedeltà.

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“Con i deboli mi sono fatto debole, per guadagnare i deboli”

Predicazione tenuta il 1° Giugno 2008 nella Chiesa Valdese di Vasto (CH)

Perché se evangelizzo, non debbo vantarmi, poiché necessità m’è n’è imposta; e guai a me, se non evangelizzo! Se lo faccio volenterosamente, ne ho ricompensa; ma se non lo faccio volenterosamente è sempre un’amministrazione che mi è stata affidata. Qual è dunque la mia ricompensa? Questa: che annunziando il vangelo, io offra il vangelo gratuitamente, senza valermi del diritto che il vangelo mi dà. Poiché, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti, per guadagnarne il maggior numero; con i Giudei, mi sono fatto giudeo, per guadagnare i Giudei; con quelli che sono sotto la legge (benché io stesso non sia sottoposto alla legge), per guadagnare quelli che sono sotto la legge; con quelli che sono senza legge, mi sono fatto come se fossi senza legge (pur non essendo senza la legge di Dio, ma essendo sotto la legge di Cristo) per guadagnare quelli che sono senza legge. Con i deboli mi sono fatto debole, per guadagnare i deboli; mi sono fatto ogni cosa a tutti, per salvarne a ogni modo alcuni. E faccio tutto per il vangelo, al fine di esserne partecipe insieme ad altri

I Corinzi 9,16-23

Cari fratelli e sorelle,

ci troviamo qui di fronte ad uno dei testi più impegnativi della teologia paolina, carico di significati densi e che riguardano uno dei ruoli essenziali nella chiesa cristiana, quello dell’evangelizzazione. Siamo così sicuri che siamo in grado e abbiamo la volontà di evangelizzare veramente oppure vogliamo rinchiuderci nelle nostre torri eburnee?

Paolo si rivolge alla comunità di Corinto, una delle più ricche dell’epoca ma anche una delle più litigiose, lacerata da mille contrasti e divisioni. Paolo rimprovera i corinzi di essere avidi e orgogliosi e di aver smarrito la strada che porta a Dio mediante la grazia. Nei versetti che ho appena letto, l’apostolo parla della sua funzione di evangelizzatore e predicatore, che considera un ministero che gli è imposto a prescindere dalla sua buona volontà perché è una amministrazione che gli è stata affidata, afferrato e quasi prigioniero di Dio. Il premio non è certo monetario (tra l’altro – con un certo pudore – ricorda ai ricchi corinzi di provvedere autonomamente al proprio mantenimento) ma è Dio stesso e Paolo sa che da tale concetto è ben lontano ogni calcolo umano, il quale altro non farebbe che togliere ogni valore al merito. Non bisogna rifiutare l’idea di un premio perché sarebbe indegno per l’uomo. Tale posizione costituirebbe orgoglio e sconvolgerebbe il fondamentale rapporto tra Dio e la sua creatura perché sarebbe un rifiutare non solo il premio che Dio ci ha promesso, ma anche la sua grazia.

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