Quella croce significa che dopo ogni nostra caduta ci rialzeremo

Breve meditazione su Marco 15 letta durante il culto del Venerdì Santo del 2008 nella Chiesa valdese di Firenze

Eloì, eloì lamà sabactani? Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Dei pochi versetti che ho appena letto, e il Signore benedica la loro lettura, questo è quello che sempre più mi ha colpito, fin da bambino. Il Figlio di Dio, perfettamente consapevole del suo ruolo e della sua predestinazione al supplizio, al sacrificio per prendere su di sé il dolore e il peccato dell’umanità, sulla croce avrebbe avuto paura? Certo, l’angoscia e la paura caratterizzano il Signore anche in altri parti della Scrittura. Nel capitolo 14 dello stesso vangelo di Marco, Cristo chiede al Padre se è possibile allontanare l’amaro calice che sta per bere. Ma l’intensità di questo versetto è di una angoscia e di una violenza grande. Sì, Gesù in croce ha avuto paura, umanamente ha sentito un dolore straziante e ha invocato il Padre, lo ha chiamato domandandogli perché lo avesse abbandonato. Qui è presente la vera e profonda umanità di Cristo, un Dio che si è fatto uomo e che ha scelto di soffrire per amore degli uomini e delle donne, un Dio che si può rappresentare in un uomo che soffre, in una delle vittime dell’olocausto, in un malato terminale di Aids, in una vittima della mancata sicurezza sui posti di lavoro, in un omosessuale o transessuale che viene ucciso, in una donna che viene violentata. Lì è presente l’immagine di Gesù che muore in croce. In Cristo si riassume il grido di angoscia e di paura dell’umanità sofferente in tutti i tempi e in Lui questa umanità però trova consolazione e speranza perché egli si è immolato per noi e non desidera che noi soffriamo. Continueremo ad essere peccatori e a cadere, ma quella croce significa che dopo ogni nostra caduta ci rialzeremo e anche quando ci addormenteremo nella morte avremo la speranza di risorgere con il Padre. Amen.

Andrea Panerini