E Dio si riposò il settimo giorno

Sermone tenuto il 21 aprile 2013 su Genesi 1,1 – 2,4a nella Chiesa anglicana S. Mark di Firenze per il culto veterocattolico

Cari fratelli, care sorelle,
quante volte abbiamo letto e ci siamo soffermati su questo testo! E tuttavia quante volte non siamo andati oltre alle lettura di quello che, per la nostra sensibilità di smaliziati moderni, non è altro che un racconto mitologico. Eppure, se la forma è quella di un mito delle origini, questa Parola che il Signore oggi ci rivolge ci deve far andare oltre alle nostre diffidenze scientifiche: la Bibbia non è un trattato di biologia, né di geologia e tanto meno di evoluzione delle specie. Dio crea, crea il mondo, il mondo su cui oggi noi camminiamo, l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e tutto ciò che ci circonda che non sia manufatto dell’uomo. Dio ha creato il mondo, e non importa la mediazione del genere letterario in cui questo messaggio è stato fissato, proclamato da autori di oltre venticinque secoli fa.
Dio vide che questo era buono. Il mondo uscito dal Creatore è un mondo del tutto perfetto, fuoriuscito dalle acque come la terra fertile dopo le esondazioni primaverili in Mesopotamia, in cui ogni cosa è “buona” e “bella”. Nessuna negazione, è presente nel racconto. Tutto è positivo e in armonia: non c’è posto per il male o per il dolore, non ancora. Al di là di quanto di negativo o di sventura possa capitare – lo stesso esilio a Babilonia – dunque al fondo di tutte le cose sempre riposano la bontà e la bellezza di quanto uscito dal cuore del Dio creatore.
E’ quindi una profanità “buona” quella che emerge da queste pagine bibliche: il Creato è chiaramente altro rispetto al Signore, ma questa alterità è positiva e voluta da Lui. Nella struttura dei mari e delle terre, nelle specie vegetali e animali, nell’essere umano in sé, nella sua sessualità, nel suo esistere, non c’è nulla di negativo. E in questo senso Dio qui benedice il mondo proprio in tutta la sua “profanità” che non va clericalmente associata alla perdizione, al demonio o ad un allontanamento da Dio. E’ Lui stesso che vuole questo mondo profano, il che non esclude la Sua presenza ma non dà nemmeno all’umanità l’alibi fatalista di un mondo che è gestito da forze incontrollabili, divine, diaboliche o di altro tipo. E’ per questo che il più perfetto inno di lode a Dio per la Sua creazione è proprio l’impegno, fatto in tutta coscienza, nella profanità della vita, fuori dalle nostre chiese che troppo spesso finiscono per essere l’estremo rifugio di una minoranza impaurita e ostile ad ogni cambiamento. E’ nel lavoro secolare, nella scuola, nell’università, nella politica, nella passione civile e sociale, nelle relazioni con l’altro/a  che si esplica la benedizione al mondo “profano” che Dio crea e vide che questo era buono. Tutto questo crea uno spazio di libertà dell’uomo e della donna che non è arbitrario e che, allo stesso tempo, non è tanto un prolungamento della creazione originaria divina in quanto tale ma una estensione della stessa benedizione che Dio dà agli esseri umani in quanto l’operare di Dio non è, evidentemente, nemmeno comparabile all’operare dell’uomo.
Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina.
L’essere umano, in questo testo, viene creato in fondo all’opera di Dio e come culmine della creazione. Egli è l’amministratore del Creato, ovvero di ciò che non gli appartiene poiché tutto è del Signore ed è stato ricevuto da Lui come un dono. Gli animali e le piante sono a nostra disposizione, è Dio stesso a dirci di avere un “dominio” su di loro, un verbo forte presente nel testo. Ma è il dominio di un semplice affittuario che aspetta sempre il ritorno del Suo Signore e che deve mantenere la casa nelle condizioni in cui l’ha ricevuta. E non credo sia necessario sottolineare quanto l’umanità stia disattendendo questo ruolo di buona amministrazione del Creato perché è sotto gli occhi di tutti e di tutte il disastro ecologico che funesta i nostri tempi e l’indifferenza degli esseri umani verso la sofferenza delle altre creature.
L’essere umano è creato maschio e femmina, senza nessuna subordinazione reciproca, senza nessuna prevaricazione dell’uno sull’altra. Questa alterità, che è stata troppo a lungo giudicata dalle nostre società e dalle nostre chiese nel corso dei secoli come differenze di valore e di dignità, è espressione della socialità necessaria degli esseri umani. Come il rapporto tra uomo e Dio è una relazione, allo stesso modo il rapporto tra gli esseri umani, maschi e femmine che siano, non può che essere dentro una relazionalità buona, bella e benedetta. In questo testo non vi sono esclusioni sessiste né sessuofobie, la stessa sessualità è buona e benedetta purché sia feconda non solo biologicamente ma, soprattutto, a livello di relazione.
Se il culmine della Creazione è l’uomo, non è questa in sé che dà inizio alla storia umana e pone termine all’atto creativo di Dio. Quando il testo dice che Dio compì le sue opere che aveva fatte il sesto giorno, e si riposò il settimo giorno cosa vuol significare con questa espressione paradossale? Cosa fa il Creatore per rifinire la propria opera? In altre parole, secondo una domanda molto cara alla tradizione ebraica, in cosa il settimo giorno è compimento? Quel giorno Dio smette di operare. Senza questa sosta, la creazione non sarebbe compiuta. Ora, questa sosta comporta almeno due aspetti: uno riguarda la relazione di Dio con se sesso, l’altro la relazione con il mondo creato. Da una parte, smettere di operare, per Dio, significa mettere un termine alla sua azione di “reggente” della creazione dispiegata fino a quel momento e, quindi, mostrarsi più forte di essa, libero rispetto ad essa. Smettendo il suo lavoro, egli si mostra padrone della propria padronanza, e questo è il segreto della sua mitezza, della sua bontà, del suo amore smisurato nei confronti delle creature. D’altra parte, assumendo un limite in questo modo, Dio apre uno spazio d’autonomia per ciò che non è Lui, cioè per l’universo e in particolare per l’umanità alla quale ha appena affidato in custodia la terra. Predispone uno spazio di libertà e di vita per un altro. C’è quindi una doppia libertà: libertà di Dio rispetto alla propria potenza e libertà per coloro che beneficiano di questo ritiro divino. Per di più, questa doppia autonomia, che va di pari passo con la separazione tra Dio e il mondo – prepara il terreno per una possibile alleanza. Dio si auto-limita per donare al creato la possibilità di essere, di sussistere. Il creato esiste solo per la volontà di Dio di accogliere, nel Suo essere infinito, il carattere finito del mondo e delle creature.
E’ da notare che, in questo testo, il settimo giorno riguarda unicamente l’agire di Dio. Da nessuna parte, infatti, è scritto esplicitamente che questo ritmo viene imposto, in un modo o nell’altro, alle creature. Tuttavia, nella misura in cui gli esseri umani sono creati a immagine di Dio e con la vocazione di compiersi a sua somiglianza, si può desumere che difficilmente potranno realizzare questo programma, senza accettare di entrare nella logica instaurata dal Creatore il settimo giorno. In questo senso il sabato divino apre la porta all’inizio della storia umana, l’uomo si avvia nel suo percorso grazie proprio a questo “cessare” dell’azione creatrice dell’Eterno. Il sabato è piuttosto il giorno in cui l’uomo, ricordando la cessazione dell’opera creatrice di Dio attraverso l’interruzione della propria attività programmatica e formatrice, testimonia la fede nel Signore di tutto. Beato il popolo, a cui Dio ha mostrato il sabato! Ma è la fede in Gesù Cristo la porta al riposo di Dio, ed è in Gesù Cristo che alla comunità cristiana è rivelata la santità nascosta di tale riposo.
E non è certo in questa società legata al profitto, al risultato, alla nevrosi degli esami, alle scadenze inesorabili e ai “problemi insormontabili” che questa dimensione può venir fuori agevolmente. Forse, se l’uomo volesse, seppur imperfettamente, imitare il riposo di Dio, è nell’osservare una formica che si arrampica sopra una nostra gamba o su un filo d’erba, nel volo d’un rondine che cerca cibo per i suoi piccoli come nel riempirsi di stupore ogni sera per un tramonto. Sembrano cose banali e scontate ma non lo sono. Non sono opera nostra e non sappiamo per quanti altri giorni le potremo ammirare perché anche il nostro stesso tempo appartiene a Dio.  Non sono cose scontate e l’uomo deve saperle accogliere come un dono di Dio: ma nulla è più difficile per l’uomo – e soprattutto per l’uomo contemporaneo – di accettare di essere amati da Dio, accettare l’amore per noi inimmaginabile e non paragonabile del non nostro creatore. Nulla è più difficile di accettare che da Lui tutto dipende come scrive il salmista: “Tutti da te aspettano che tu dia loro cibo a tempo opportuno, tu lo provvedi. Essi lo raccolgono; apri la tua mano, si saziano di beni” (Salmo 104,27-28) L’uomo si illude di essere l’origine delle cose e dei beni, di non aver bisogno di Dio. E non è questa l’auto-nomia che Dio ci dà nel suo riposo ma è l’arroganza, la superbia dei costruttori della torre che vuole toccare il Cielo (Genesi 11): l’ambizione dell’uomo lo porta a volersi sostituire al suo Creatore.
L’uomo, quindi, nel “cessare” di Dio è passato al lavoro, un lavoro di amministrazione, pur indegna, del Creato. In realtà, quindi, il sabato dell’uomo non è ancora arrivato al di là dei tentativi delle religioni. Non è ancora arrivato il momento in cui l’uomo cesserà la sua opera, non è ancora il nostro settimo giorno. C’è un già che è il Creato di Dio che avvia la propria storia con il riposo del Signore ma c’è anche un non ancora che è il tempo in cui anche l’uomo si riposerà. E mi piace concludere questo sermone con una preghiera di Agostino proprio su questo sabato che segnerà la fine del tempo presente: il settimo giorno è senza sera e non ha tramonto, poiché Tu lo hai santificato perché restasse in eterno. E in tal modo la parola del tuo libro ci dice che, come tu dopo le tue opere molto buone ti riposasti – benché le abbia fatte rimanendo immobile – il settimo giorno, così anche noi, dopo le nostre opere – molto buone, in quanto sei tu che ce le hai donate – ci riposeremo in te nel sabato della vita eterna. Amen.

Andrea Panerini

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