“I pastori pascono se stessi”

Predicazione tenuta l’8 maggio 2011 presso la chiesa metodista di Terni

La parola del SIGNORE mi fu rivolta in questi termini: «Figlio d’uomo, profetizza contro i pastori d’Israele; profetizza, e di’ a quei pastori: Così parla il Signore, DIO: “Guai ai pastori d’Israele che non hanno fatto altro che pascere se stessi! Non è forse il gregge quello che i pastori debbono pascere? Voi mangiate il latte, vi vestite della lana, ammazzate ciò che è ingrassato, ma non pascete il gregge. Voi non avete rafforzato le pecore deboli, non avete guarito la malata, non avete fasciato quella che era ferita, non avete ricondotto la smarrita, non avete cercato la perduta, ma avete dominato su di loro con violenza e con asprezza. Esse, per mancanza di pastore, si sono disperse, sono diventate pasto di tutte le bestie dei campi, e si sono disperse. Le mie pecore si smarriscono per tutti i monti e per ogni alto colle; le mie pecore si disperdono su tutta la distesa del paese, e non c’è nessuno che se ne prenda cura, nessuno che le cerchi! Perciò, o pastori, ascoltate la parola del SIGNORE! “Com’è vero che io vivo”, dice il Signore, DIO, “poiché le mie pecore sono abbandonate alla rapina; poiché le mie pecore, che sono senza pastore, servono di pasto a tutte le bestie dei campi, e i miei pastori non cercano le mie pecore; poiché i pastori pascono se stessi e non pascono le mie pecore, perciò, ascoltate, o pastori, la parola del SIGNORE! Così parla il Signore, DIO: Eccomi contro i pastori; io domanderò le mie pecore alle loro mani; li farò cessare dal pascere le pecore; i pastori non pasceranno più se stessi; io strapperò le mie pecore dalla loro bocca ed esse non serviranno più loro di pasto”.

Ezechiele 34,1-10

Guai ai pastori d’Israele che non hanno fatto altro che pascere se stessi!
Cari fratelli e care sorelle,
chi sono i pastori che non hanno fatto altro che pascere se stessi? Sembra una espressione molto lontana da noi, ma se ci riflettiamo un attimo è più vicina di quello che si possa pensare.
Questo capitolo del libro del profeta Ezechiele è costituito da un complesso di oracoli introdotti dal consueto “così parla YHWH (יהוה)” e messi insieme dal tema della conduzione del gregge. Il fatto che il compito del pastore non sia più familiare alla maggior parte di noi non rappresenta un grave ostacolo visto che il significato simbolico è chiaro a tutti: il nostro termine “pastorale” incarna la stessa metafora che qui è presente, perciò l’espressione potrebbe essere riformulata come “responsabilità pastorale” attribuendo a questo aggettivo la più ampia connotazione di ufficio pubblico che comporti responsabilità nei confronti delle altre persone.


I primi due oracoli (vv .1-10), che è il brano che leggiamo oggi, rientrano nell’abituale sequenza di accusa e verdetto. L’accusa di non pascere le pecore, il verdetto di strappare le pecore dalla loro bocca: sono indirizzate ai pastori d’Israele, storicamente intendendo con ciò i re che hanno governato nel corso del tempo i due regni ma in particolare gli ultimi anni del regno di Giuda che precedono la caduta di Gerusalemme. Ezechiele si mantiene qui nel solco di una lunga tradizione profetica di opposizione alla monarchia, una tradizione che inizia dal profeta Samuele e di cui abbiamo molti esempi nei profeti maggiori, uno su tutti Geremia: «Guai ai pastori che distruggono e disperdono il gregge del mio pascolo!» (23,1). La monarchia è l’apoteosi dei peccati d’Israele perché il popolo ha voluto chiedere ed ottenere un re che li governasse al posto del Signore (1 Sam. 8,5-8).
Guai ai pastori d’Israele che non hanno fatto altro che pascere se stessi!
Chi sono dunque i pastori, oltre la contingenza storica? Sono tutta la classe dirigente del popolo: re, governanti, funzionari, sacerdoti, chi ha in mano l’economia e l’amministrazione di una comunità umana, di uno stato. Per dirla con Rousseau, chi garantisce l’applicazione del contratto sociale.
Ezechiele accusa i pastori di avidità, di fare il proprio tornaconto e di sfruttare chi era sotto la loro responsabilità, di non adempiere il loro dovere. Nel vicino oriente antico, ma questa concezione attraverso i secoli è arrivata fino a noi, il compito dei governanti era (e dovrebbe essere ancora oggi) di “promuovere il benessere dei popoli, di fare in modo che la giustizia prevalga, di non permettere che il forte opprima il debole”. Utopia? La citazione è di Hammurabi, vissuto diciotto secoli prima di Cristo: l’uomo è allora utopico da lungo tempo. Ingenuità? Può essere Dio ingenuo circa le sue creature? No di certo, il Signore conosce le malvagità dell’uomo prima che noi stessi le commettiamo, i nostri difetti li potrebbe citare a menadito. Quello che ci vuole indicare è una strada per andare incontro alla Sua giustizia. I pastori sono colpevoli di inadempienza verso i deboli, in primo luogo: non hanno cura né della pecora debole, né di quella malata e zoppa, né di quella affaticata. Sono indifferenti di fronte ai gemiti delle persone più deboli e indifese della società.
Guai ai pastori d’Israele che non hanno fatto altro che pascere se stessi!
Un ufficio pubblico di qualsiasi tipo è una responsabilità pastorale, un’opportunità di servizio, non una occasione per arricchirsi e glorificarsi. L’ufficio pastorale è una risposta a necessità che richiedono abnegazione e premura incessanti. Questa responsabilità pastorale noi la abbiamo sia dentro la chiesa che nei pubblici poteri.
Dentro la chiesa spesso vi è leggerezza e approssimazione nel rivolgere attenzioni ai fratelli e alle sorelle in difficoltà materiale e psicologica, si indulge verso il pressapochismo e anche verso il pettegolezzo, senza dimostrare una vera sollecitudine pastorale. Questa sollecitudine non è compito solo dei pastori ordinati: essi hanno una grande responsabilità e vanno sempre spronati a fare ciò per cui la chiesa ha riconosciuto i loro doni per non farsi assorbire dalla vanità della loro formazione culturale e teologica. Ma il compito pastorale nella chiesa non finisce con la loro persona: è un compito che coinvolge gli altri ministeri ecclesiastici, gli anziani, i diaconi, i predicatori, tutti i membri di chiesa che sono pienamente nel sacerdozio universale. Non che ci si debba scandalizzare più di tanto anche per questa situazione: già l’aveva ben descritta Paolo nelle sue lettere, è la storia della chiesa fin dalla sua fondazione perché composta da uomini e donne peccatori e peccatrici. Ma il Signore ci ammonisce e ci redarguisce: il fatto che siamo peccatori non è un comodo alibi per non cercare di correggerci fraternamente l’un l’altro. Troppo spesso ci lasciamo coinvolgere da antipatie e pregiudizi personali: se un fratello o una sorella hanno fatto una cosa che ci ha dato fastidio bisogna dirlo con franchezza e con amore, senza lasciarsi irretire dal proprio orgoglio, dal proprio risentimento e senza farsi tentare dal pettegolezzo.
Guai ai pastori d’Israele che non hanno fatto altro che pascere se stessi!
Il governo della cosa pubblica dovrebbe uniformarsi a quello che prima abbiamo detto: cura del popolo, sollecitudine verso i più deboli, ricerca della giustizia. Se guardiamo, oggi, non l’ingiustizia tra nord e sud del mondo, non i bambini che muoiono di fame e di malattia nel terzo mondo, ma molto più vicino a noi, al nostro paese, all’Italia, non sappiamo più davvero se ridere o piangere davanti a questi principi. Di sicuro vi dico qual’è la mia reazione: un pianto di dolorosa ma anche rabbiosa non rassegnazione. L’Africa comincia alle periferie delle nostre città: nell’indifferenza con cui passiamo davanti ai senza tetto che dormono sotto i porticati, nel fastidio che proviamo nel vedere gli stranieri dormire in dieci in stanze umide e inabitabili negli scantinati dei nostri palazzi. I nostri pastori, i nostri governanti, pensano solo al loro tornaconto e al loro profitto: e questa non è demagogia o antipolitica ma una dolorosa presa d’atto, la presa d’atto che il nostro paese non ha nulla di cristiano nel modo in cui è stato governato da molti anni ad oggi. Un paese che colpisce i più deboli nello stato sociale, nella scuola, nella sanità, che schernisce la giustizia privatizzando un bene di tutti come l’acqua e si disinteressa dell’equità sociale, ecco non è un paese cristiano. E’ uno stato pagano che ha eretto a proprio vitello d’oro il denaro, il profitto, la mercificazione di ogni cosa, la prostituzione come modo di governare.
Il Signore non ci chiama a rinchiudersi nelle nostre piccole e belle comunità a dire come sono cattivi gli altri senza fare nulla: ci chiama a essere partecipi del governo comune portando i nostri valori, portando un afflato veramente cristiano a questo paese dopo secoli di paganesimo sostanziale, ci chiama alla nostra scomoda responsabilità di testimoni dell’Evangelo. Ci chiama con una speranza precisa: come è scritto nella parte finale del capitolo 34 del libro di Ezechiele, Dio stesso si occuperà del suo popolo e lo ristorerà. La salvezza verrà mediante il nostro vero pastore, il Signore Dio che ci salva ogni giorno mediante la croce di Gesù Cristo e che non cessa di suscitare pastori, spesso misconosciuti in mezzo alla gente, che tentano nella loro fragilità umana, di indicare la giustizia del Regno. A questo proposito scriveva Agostino: “Quali sono i pastori morti? Quelli che cercano gli interessi propri e non quelli di Gesù cristo. Ma, allora, ci saranno anche (e li si dovranno anche incontrare!) dei pastori che, dimenticando gli interessi propri, cercheranno quelli di Gesù Cristo? Senz’altro! Ci  saranno e li si incontrerà. Non mancano oggi e non mancheranno in avvenire”.
Il Signore non ci abbandona, Lui, nostro pastore, non ci abbandona nelle nostre paure, prede dei falsi pastori, degli approfittatori, degli indifferenti. Come è scritto nel salmo 23: Il SIGNORE è il mio pastore: nulla mi manca. / Egli mi fa riposare in verdeggianti pascoli, mi guida lungo le acque calme. / Egli mi ristora l’anima, mi conduce per sentieri di giustizia, per amore del suo nome. / Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, io non temerei alcun male, perché tu sei con me; il tuo bastone e la tua verga mi danno sicurezza.
Signore, Tu solo sei il nostro vero Pastore e noi siamo le Tue pecore. Facci essere pecore diligenti ai tuoi richiami e ai tuoi ammonimenti, facci testimoniare con fedeltà la tua parola nella corruzione di questo mondo. Che il Tuo giudizio, Signore nostro, possa essere rivolto alla fede dei nostri cuori e con ciò possa essere indulgente nei confronti delle nostre fragilità, certi del Tuo amore sconfinato. Amen.

Andrea Panerini

Lascia un commento